PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT
16-7-2009
Festival Internacional @ Benicassim (Spagna) - Giorno 1
Quarto anno consecutivo a Benicassim per noi di 'Indie-Rock.it'. Inutile dilungarsi in presentazioni per uno dei festival più belli d'Europa (in caso leggete le recensioni degli anni scorsi). La XV edizione del FIB Heineken presenta una line-up di tutto rispetto e si prepara a battere il record di presenze: ben 200.000 persone in quattro giorni intensi (50.000 in più dell'anno scorso), alla faccia di altre manifestazioni che hanno visto un brusco calo di pubblico o addirittura sono state cancellate.
L'area concerti 2009 è stata ingrandita assieme all'area camping e gli spazi al suo interno sono stati drasticamente rivisti e adattati per poter meglio ospitare i 'FIBers', composti per un buon 40% di inglesi. Il tendone Vodafone (il 3° palco in ordine di importanza) è stato ingrandito, il Fiberfib (il 2° palco) non è più coperto da una tenda dove ci si scioglie dal caldo, ma un'area all'aperto molto più ampia.
Arriviamo al recinto del festival mentre i Bishops (voto: 5) hanno iniziato da poco a suonare. Da lontano appaiono inconsistenti e indecisi, forse sono intimoriti dal pubblico già numeroso nonostante il sole cocente e i quasi 40°.
Ascoltiamo i View (voto: 6) che piacciono, sono carichi di energia ma non adatti ad un palco così grande. Sicuramente rendono di più in un piccolo club buio in atmosfere più intime.
Sono i Mistery Jets (voto: 7) a stupirci per il loro live espressivo e divertente. Appaiono freschi nonostante l'afa e il sole ancora alto in cielo. Sorseggiando birra ghiacciata canticchiamo 'Young Love' e la spendida 'Half In Love With Elizabeth'.
Gli headliner della giornata sono gli Oasis (voto: 7). Live sanno dire la loro ed è impossibile non cantare canzoni storiche come 'Roll With It', 'Supersonic', 'Wonderwall' solo per citarne alcune. E proprio durante 'Wonderwall' Liam si arrabbia e se ne va. Noel lascia continuare il pubblico, poi intona le prime note di 'Live Forever', si ferma e la folla canta il resto. Liam torna e ricomincia daccapo 'Wonderwall' (successivamente, durante un'intervista, giudicherà “una perdita di tempo” il concerto dati i numerosi problemi tecnici, e confesserà che solo grazie al calore del pubblico gli Oasis hanno proseguito l'esibizione.
Dopo poco salta la corrente sul palco... A questo punto lasciamo i fratelli Gallagher e compagni a favore dei Gang Of Four (voto: 8). Meravigliosi. Una band con le palle. Nonostante i volumi un po' bassi ci ha stupito la consistenza della loro performance. 'Natural's Not In It' impossibile da non ballare.
Pochi minuti di Telepathe (voto: 4) lasciano un retrogusto amaro, come ascoltare un'unica intro da cui ci si aspetta molto ma che non fa decollare mai il pezzo. Meglio ascoltarsi il disco.
Lasciamo il festival con le note in lontananza dei We Are Standard (voto: 6), una sorta di Subsonica in versione spagnola, ma molto più indie / punk-funk.
17/18-7-2009
Festival Internacional @ Benicassim, Spagna - Giorni 2 & 3
Giorno 2: venerdì. Dalle prime ore del pomeriggio si alza il vento. le nuvole velano il cielo. Arriviamo nell'Escenario Verde (il main stage) e Paul Weller (voto: 5) inizia a suonare. L'attenzione però è per l'incendio che si è sviluppato alle nostre spalle appena fuori dal recinto: un intero campo di sterpaglie viene mangiato da fiamme alte che aiutate dal forte vento minacciano i palazzi sul lungo mare. Tutto torna alla normalità dopo un paio d'ore, ma il vento ora è talmente forte che Weller deve fermarsi a metà concerto. La copertura del palco salta per metà, Il tendone dell'area press oscilla e viene chiuso assieme agli altri palchi. La gente non sa che fare.
Dopo due ore di silenzio l'organizzazione decide di far suonare sul palco grande i Tom Tom Club (voto: 5). Al termine del live il pubblico viene fatto defluire all'esterno del recinto, e coperti di polvere rossa ce ne torniamo a casa tristi di aver perso le (personalmente) tanto attese performance di Kings of Leon, Maximo Park, Horrors, Boys Noize e Yuksek.
Giorno 3: sabato. Il live dei Television Personalities (voto: 0) è quanto di più brutto abbiamo avuto l'occasione di vedere in tutta la nostra vita. Si è poi parlato di una qualche loro protesta durante lo 'show' (la parodia di 'All The Things That I’ve Done' dei Killers?) ma, oltre ad uno strafatto Dan Stacey che a metà decide di non suonare più la chitarra, c’è poco da dire. Il batterista a volte si ritrova a suonare da solo per lunghi minuti dato che sul palco tutti parlano e si raccontano i fatti loro. Non vengono lapidati dal pubblico grazie al loro importante nome, ma la performance, o finta tale, risulta una presa in giro, una totale mancanza di rispetto verso chi si è posto di fronte a loro per ascoltare musica.
I 2Manydjs (voto: 9) li abbiamo visti in ogni modo in Italia. Al nord sono quasi dei resident. Ma questa volta sorprendono. I fratelli Dewaele fanno sempre dj set, OK, ma in questa occasione il loro percorso nella storia della musica è impressionante. Si toccano tutte le decadi dagli anni '60 in poi. I due, che paradossalmente suonano con una consolle extralusso (due dvj con controllo video e due cdj, mixer con kaoss pad e altro), si dividono l’unica cuffia a disposizione. Il maxi schermo del palco principale mostra una telecamera fissa sulla consolle, ed è impressionante quante volte le loro mani si muovono sui comandi gestendo ogni singolo movimento del loro set. La folla risponde come di fronte ad una delle più acclamate rockband. Sempre una spanna avanti a tutti.
Gli Elbow (voto: 9), sfortunatamente, li sentiamo solo da tre quarti concerto. Giusto il tempo di capire di aver perso uno spettacolo incredibile, dalle atmosfere dense e profonde. In particolar modo è la voce di Guy Garvey ad ammaliare. A farsi e a fare amare.
I Maximo Park (voto: 8) sono una band da concerto live. O meglio, Paul Smith è un animale da palco. Nonostante l'ultima loro fatica discografica non sia di gran livello la band di Newcastle si conferma per l'ennesima volta una delle poche ad essere sopravvissute dall'ondata indie di metà decennio. Dunque assolutamente da vedere dal vivo. E speriamo che il quarto disco, se e quando uscirà, sarà dello stesso livello dell'inparagonabile 'A Certain Trigger' del 2005.
Qualche aggiustatina, ma solo ai capelli, per questo live dei Franz Ferdinand (voto: 8). La scaletta e la performance sono identiche a quelle del tour dei palazzetti. Cambia poco (sparisce 'This Fire' dalla chiusura, lasciata al delirio elettronico di 'Lucid Dreams') e il risultato è sempre lo stesso: un’incredibile carica adrenalinica. I Franz hanno oramai una miriade di singoli per far saltare tutti gli indie guys d’Europa. Dai brani taglienti degli esordi, ai nuovi droni elettronici. Oramai una sicurezza, una delle poche band degli anni zero che ci ricorderemo.
Peaches (voto: 10) è la rivelazione del festival. Seguita dalla sua band, The Sweet Machine, il suono che viene a crearsi è un’elettronica mischiata con il rock, la dance, il pop. Electroclash dai mille spunti che ha come valore aggiunto una scelta di suoni davvero valida ed accurata, che anche i Justice e compagnia bella potrebbero invidiare. Peaches è la star. Viene innalzata dal pubblico durante il suo stage diving e, sorretta dalla folla, continua a cantare anche quando viene fatta rimbalzare tra centinaia di mani. La platea pende dalle sue labbra e, all’ordine di togliersi le t-shirts, migliaia di magliette vengono fatte sventolare in suo onore. Peaches ha una carica incredibile e si diverte a giocare sul sesso urlato e non mascherato. Lo show è un suo lungo spogliarello fino al conclusivo body color carne con la zona genitale, la sua 'peach', illuminata.
19-7-2009
Festival Internacional @ Benicassim, Spagna - Giorno 4
L’organizzazione del FIB, messa KO dalle intemperie del venerdì sera, fatica a trovare un giusto ordine delle cose. Finisce così che arrivando in orario per i Calexico, ci si trovi a sentire la loro ultima canzone, scoprendo che tutti gli orari del FiberFib e dell’Escenario Verde sono stati cambiati. Bisogna quindi correre a capirci qualcosa e ricomporre le varie timetable.
Buona sorpresa i White Lies (voto: 7) dei quali si vociferava molto male riguardo ai loro live. Invece, la band di Londra si dimostra capace di ricreare quanto fatto su disco, anche se il giovanissimo leader Harry McVeigh non spicca per personalità. Spesso pare quasi intimorito dalla grande folla che intona i vari singoli estratti dal loro sorprendente album d’esordio. Un concerto che invece riesce a mantenere la propria carica emotiva, aiutato dai colori e dalle luci del tramonto.
In contemporanea (a causa degli spostamenti d’orario), troviamo i TV On The Radio (voto: 6) che questa volta non riescono proprio a far brillare la loro stella. La stratificazione dei brani su disco dal vivo non riesce a ricrearsi e spesso i suoni si sovrappongono e non riescono ad essere chiari nel proprio rumore. L’equalizzazione del palco, oltretutto, non aiuta la band di New York nella sua impresa, intrappolandola in un suono non all’altezza (troppi bassi della cassa e frequenze medie tagliate). Dispiace quindi che le conclusive 'DLZ' e 'Staring At The Sun' non trovino quell’incredibile luce di cui solitamente splendono.
Lykke Li (voto: 10) è la miglior performance a cui si possa partecipare a questa edizione del FIB. L’appena ventiquattrenne svedese, con all’attivo un solo album, mostra sul palco una maturità incredibile e fuori da ogni norma. I generi toccati sono molti, dall’indie-rock, all’electro, alla musica d’autore, al rap. Timotej Zachrisson (all’anagrafe) è una performer in grado di adattarsi a tutto ciò. Ma il suo non è un adattarsi, è essere di un’anima multiforme. Timotej è tutto ciò. E’ selvaggia e animalesca nei movimenti, ma anche delicata e jazz nella conclusiva 'Tonight', che si conclude con il pubblico che intona l’ultimo verso del ritornello e Lykke Li che applaude ed esce. Forse siamo davanti ad una nuova regina, in grado di rendere gigantesco il minimalismo di 'Dance, Dance, Dance' e di rendere educato e sofisticato il saltare di 'Breaking It Up' (il brano meglio riuscito dell’intero blocco). C’è anche spazio per la cover di 'Knocked Up' dei Kings Of Leon, un omaggio a noi che non abbiamo avuto il piacere di sentirli. Siamo probabilmente davanti a qualcosa di davvero nuovo e magnifico.
Gli headliner di quest’ultimo giorno sono i Killers (voto: 6), affermati oramai anche nel mondo mainstream. Sintetizzando il concerto si potrebbe definire come un live per fans. I Killers non sono dei grandi musicisti e Brandon Flowers subisce la sua stessa scrittura: le sue parti vocali dal vivo sono troppo difficili anche per lui. Proprio a causa di ciò, coloro che non amano i Killers nemmeno su disco finiscono per annoiarsi ed allontanarsi. I veri affezionati, o quelli che apprezzano esclusivamente i loro singoli, riescono a divertirsi e a trovare spunti di piacere. Effettivamente Brandon è un ottimo frontman e visivamente riesce a catturare la folla (principalmente femminile). I singoli funzionano (peccato una 'Mrs. Brightside' debole) e alla maggior parte della platea basta ciò. Da lavorarci. Ma ne avran tempo e voglia adesso?
Sempre martoriati da problemi tecnici questi Friendly Fires (voto: 7)! Questa volta è il turno delle tastiere del cantante Ed Macfarlane. Risolto questo problema, i Friendly Fires dimostrano già di avere numerosi singoli da battaglia e il trittico 'Skeleton Boy', 'Lovesick', 'Jump In The Pool' ne sono la dimostrazione. Il pubblico inglese li ha già resi idoli e loro riescono a trovare una buona attitudine on stage capace di intrattenere e far ballare con sezioni ritmiche sempre molto lavorare e originali.
Chiudono la serie di concerti del FIB 2009 i Rinoçerose (voto: 6), dal groove bello potente. Il loro impatto è deciso e molto dance, cassa dritta e basso corposo; vestono di bianco e nero e sono molto scenici anche se un po' troppo fermi sul palco. Bella la comparsa di Bnann Watts degli Infadels in 'Cubicle'. Nonostante ciò dopo un po' la nostra soglia di attenzione cala perché tutto sommato la band francese non ha molto da dire.
Anche questa quindicesima edizione è giunta al termine. Chiudiamo gli occhi e balliamo i set di DiskJokke e DJ Hell. E mentre il sole sta sorgendo rammaricati abbandoniamo il festival con la consapevolezza che l'anno prossimo saremo ancora lì, pronti a cantare e ballare.
Mattia Barro & Andrea Alibardi
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sabato 22 agosto 2009
lunedì 11 agosto 2008
RECENSIONE FESTIVAL - FIB, Benicassim (17/18/19/20.07.08)
Pubblicato su INDIE-ROCK.IT
DAY 1
DAY 2
DAY 3
DAY 4
FIB 2008
Non c’è due senza tre. E così anche quest’anno la ridente cittadina di Benicassim, situata a circa 70 Km a nord di Valencia ci ospita. Splendida location per un festival situato alle spalle delle colline e il deserto de Las Palmes e di fronte al mar Mediterraneo.
In questi ultimi tre anni abbiamo raccontato oramai tutto quel che c’è da sapere su questo festival che di anno in anno cresce e si contorna di manifestazioni collaterali in cui si trovano mostre, spettacoli teatrale e molte altre attività.
La novità principale di quest’anno è il Saturday Night Fiber Madrid organizzato in parallelo al secondo giorno di festival. Tra gli artisti più famosi Morrissey, My Bloody Valentie, Mika, Siouxsie, Babyshambles e Hot Chip.
Vuoi per il cartello meno ricco di artisti ultra famosi, vuoi per la concomitanza con il Summercase a Barcellona, questa edizione ha visto una tendenza in ribasso di pubblico (circa 35.000 al giorno rispetto ai 40.000 del 2007).
DAY.1
A dare il via all'ultima edizione del Fib, sono i Krakovia (voto: 6) sul palco principale (l'Escenario Verde). Già dal look, la band spagnola mostra i loro intenti: un punk cabaret senza troppe pretese. Ci si divide tra la cresta esagerata del cantante, alle pose da pin-up della cantante (studiate millemetricamente). La sezione vocale, però, non riesce mai ad impossessarsi dei brani che si perdono o non si completano mai. Lasciano poco. Creste e pose.
Il primo vero scossone arriva con l'ingresso sul palco dei Nada Surf (voto: 8.5). La carica della band è davvero impressionante sia in chiave musicale sia in relazione al pubblico. Non mancano coinvolgimenti in uno spagnolo tanto divertente quanto maccheronico in cui il pubblico è invitato prima in un ballo 2step, poi ad intonare i vari ritornelli (addirittura prima dell'esecuzione di un brano viene insegnata la melodia da eseguire). Lo show, galoppando sulla relazione ormai amichevole tra gruppo e spettatore, impressiona per intrattenimento e atmosfere. E' un rock smaccatamente pop che ti s'incolla alle orecchie e si trasferisce sulle gambe. Alla fine si è felici di essere stati coinvolti in un gioco così piacevole.
Gli headliner della prima giornata sono i folletti islandesi degli Sigur Ros (voto: 10). Parlare prettamente della musica che suonano minuto dopo minuto sarebbe impossibile. Bisognerebbe trovare per ogni suono una frase o una parola che riporti ad una sensazione. Così Hoppipolla sarebbe un cuore che si stringe, Glosoli un volo spiccato, Gobbledigook puro colore.
Ma il compito di descrivere quanto è magnifico ciò che stiamo vivendo sarebbe ancora lontano. Si potrebbe allora parlare a livello visivo di Jonsi che viola la sacralità della sua chitarra con l'archetto, delle quattro ragazze addette alla sezione degli archi, dei quattro uomini ai fiati, dell'incredibile spettacolo visivo che ci regala Gobbledigook e del frac del pianista Kjarri.
Ma non sarebbe ancora abbastanza. E allora si è costretti a usare le proprie emozioni.
I Sigur Ros rendono gli occhi lucidi. Ad ogni brano rapiscono in modo differente e trascinano sulla loro terra, così affascinante e nuova per noi. Veniamo portati in un mondo così diverso in cui qualsiasi cosa ci reca stupore.
"Questa cantatela con noi", è un onore immenso dal cui è impossibile esimersi.
La musica si allontana e si dissolve, i 12 elementi di questo capolavoro si portano ad inizio palco e s'inchinano.
E ci applaudono.
E noi, noi ci limitiamo ad esplodere di colore.
Dopo l'esplosione emozionale firmata Sigur Ros, il main stage è occupato dai Mates Of State (voto: 6). Seduti in lontananza a riprendere fiato e a mangiare, la loro formula pop passa quasi inosservata per quasi tutto il pubblico. Ma più che altro, tutto sembra più vuoto, passaggero, quasi inutile dopo l'ondata islandese.
C'est la vie.
I Black Lips (voto: 7) sono la band successiva ad occupare l’Escenario Verde, portando una grossa scossa di energia, casino e anarchia. Martoriati da svariati problemi tecnici (instabilità del microfono del batterista, corde saltate alla chitarra del cantante ed effetti del primo chitarrista che lo abbandonano per una decina di minuti), cercano in tutti i modi di fare gran caciara e trasmettere quell'elettricità che sembra percuotere i loro corpi. La carica c'è, la precisione meno. Kids with guitars.
Il primo vero live al di fuori del palco principale è lasciato in mano ai Battles (voto: 9.5). E' solo passata una settimana dal loro live al Traffic Festival, ma rivederli è uno spasso ed uno sfizio. La carica è ancora maggiore da parte di tutti i componenti e il pubblico risponde come fosse di fronte ad una band importante, e i Battles si dimostrano esserne tali, per la gioia dei presenti. Ancora meglio che a Torino.
Un muro di suoni potenti, precisi, netti. Il sudore sui loro visi è simbolo di pura energia. A tratti quasi ‘disco’ i loro ritmi colpiscono e fanno muovere gambe e braccia.
I have Battles in my life.
L'ultimo concerto della giornata sul main stage è affidato ai These New Puritans (voto: 4). Spenti come pochi e senza nessuna grinta si lasciano trasportare dall'inerzia di un live senza emozioni. Un'annoiata platea li guarda senza convinzione e non risponde nemmeno alle indie hits come Elvis e Numerology. Non è un live rock, non è un live elettronico. E' solo inerzia, e a noi non interessa. Peccato perché il disco lasciava intendere polvere di novità e brillantezza. Il live asettico dimostra che oltre a non aver voce Jack Barnett è pure stonato.
Chiude il FIBstart Dj Supermarket (voto: 5), tedesco che tanto faceva sperare e invece è stato un flop.
Diciamo che nel 2008 se davanti a 20mila persone metti su “Hey boy, hey girl” sei uno sfigato. La gente avrebbe ballato pure qualcosa di un po’ meno inflazionato.
DAY.2
Primo giorno ufficiale di festival.
Iniziamo la giornata con i South San Gabriel (voto: 7) al FiberFib.com che oggi debutta come palco. La band ci pone di fronte ad un rock atmosferico molto ricco e ricercato. I suoni sono ampi e si allargano perfettamente nel caldo pomeriggio di Benicassim. Lasciano una sensazione di completezza che rimane per tutta la giornata.
Giungono poi dall'Inghilterra, tre simpatici volti chiamati Metronomy (voto: 7). L'electro-pop a cui danno anima è un continuo gioco tra simpatiche coreografie (i tre suonano in linea di fronte alle proprie tastiere). L'attitudine easy & funny che predomina diverte tutti i presenti. Happy games for funny people.
Ma la band più chiacchierata della giornata è comunque quella di Doherty, i Babyshambles (voto: 8).
Rumors a parte, Doherty e compagni fanno la loro parte. Tenendo in considerazione che Pete, a volte, si dimentica le parole dei propri brani, questi inglesi non son così male come ci si immaginerebbe. Qualche momento di buon brit pop investe la folla che però, senza motivi apparenti o senza più voglia di parole parole parole, non partecipa come ci si aspetterebbe a inni generazionali come Albion e Fuck Forever.
Ma qualche fiamma da Albione brucia ancora. Ad ogni modo il loro show convince ancor di più di due anni fa (suonarono alle 18.40 sotto il cocente fiberfib.com, allora la band sembrava un po’ appannata).
Ci sono band che rimangono a galla grazie ai gossip attorno ai propri membri e band, invece, che riescono a trovare un peso e una posizione nella storia. Un pezzo di storia sono i New York Dolls (voto: 7).
Probabilmente vedere vecchi rocker con magliette corte ultra-aderenti strappa qualche sorriso ma, sorvolando sulla parte visiva, i NY Dolls tirano fuori l'anima che li ha resi celebri. C'è grinta, c'è rock'n'roll. Diametralmente opposti alla pessima figura fatta dai Sex Pistols in Italia, le bambole di NY riescono veramente ad ingannarci e a farci credere che ci sia ancora del rock e del punk con i controcoglioni. Il bello è che si divertono. Il bello è che ci divertiamo.
Ma la rivelazione della giornata e, forse, dell'intero festival sono gli Hot Chip (voto: 9). E lo si capisce da subito. In formazione completa, invadono il palco con un'elettronica colta e compatta: gran stuolo di tastiere, effetti e computer. I cinque inglesi intonano il primo pezzo (‘Out at the picture’, tratto dall’ultima fatica: Made in the Dark) e la folla è già in delirio. Sotto il tendone bianco manca l’aria, siamo sardine chiuse in una scatola che si muovono a ritmo di cassa e ballano, cantano senza sosta.
Alexis, il Woody Allen della musica internazionale, traccia melodie pop appiccicose e il pubblico non può che rispondere in modo entusiasta. I singoli Over And Over e Ready For The Floor incendiano i fan e non c'è cosa migliore di perdersi tra quei groove e la bellezza delle ragazze catturate da tutto ciò. La perla finale, in conclusione al live, è ciò che di tanto lieto e inaspettato nascondevamo nei nostri cuori sotto forma di speranza. Ma non sarebbe stato forse il caso di cedere agli Hot Chip il main stage!?
Gli headliners di questa seconda serata, sull'Escenario Verde, hanno un nome che nella scena alternative, oramai, pesa oro. E i My Bloody Valentine (voto: 8 ) valgono oro. Il noise, le distorsioni, il muro di suoni imprigionano il pubblico. E' come se ogni nota venisse riflessa su centinaia di specchi e si moltiplicasse, seguita di volta in volta da maree di rumori (nel senso più musicale del termine) che implodono su se stessi fino a formare colore.
A seguire, cattura il palco l'ex regina dei Moloko, Roisin Murphy (voto: 7). Che sul palco ci sia una prima donna affermata lo si capisce subito. Prepara per sè un vero show con tanto di guardaroba a bordo palco per cambiarsi e poter interpretare in maniera diversa i vari brani. Se i primi pezzi sono pulsazioni minimali, pian piano il suono diviene molto più house, molto più funky. Il cambiamento è apportato anche dai vari turnisti della band che arricchiscono un po' alla volta il palco. Roisin fa show: balla e si diverte nel giocare con le due coriste i membri del gruppo. Sfortunatamente, i brani più freschi ed estivi non decollano mai e non si rivelano all'altezza di quelli più ombrosi e drogati, dove la Murphy sembra viaggiarci perfettamente.
Ore 2.00: sua maestà Erol Alkan (voto: 8 ) sale in consolle e a differenza di due anni fa ci va giù pesante. Un set di due ore immersi in ipnotiche battute di cassa elettronica tecno-house che non lascia scampo. Non ci si ferma mai, si prede solo il respiro durante gli attimi in cui la cassa rallenta sino a sparire, il basso sibila sino a creare quella suspance che fa da preludio a un ritorno imponente di cassa in quarti e bassi profondi. Da notare il momento in cui il dj fondatore del Trash di Londra esce dalla consolle e abbraccia lo scanner che crea gli effetti laser sino a che la security lo ferma. Lui si scusa con loro e fa ripartire i bassi.
Sul palco Vodafone troviamo i Chromatics (voto: 5). La band si rivela come lo specchio della loro cantante: così bella e pura quando estrapolata dal palco, così monotona e banale on stage. Ruth Radelet si disegna nella mente un spazio di un metro nel quale per tutta la durata del live rimane a dondolare come una bambina dello zecchino d'oro. Un fatale ostacolo che li tiene legati alla mediocrità.
Stanchi ma ancora attivi arriviamo in tempo per assistere all’ultima mezzora di Mika (voto: 10). Che il venticinquenne di Beirut fosse bravo già lo sapevamo ma ci siamo mangiati le mani per non essere andati a vedere un suo live prima. Esplosivo, lucido, con una voce potente ed intonata, una coreografia da lasciare a bocca aperta e una gran band alle spalle. Goliardico show ispirato al circo condito di stelle filanti, coriandoli, mascotte vestite da coniglio stile superball americano, ballerine, coriste e chi più ne ha più ne metta. Probabilmente il miglior live del FIB 2008 con un valore aggiunto non da poco.
DAY.3
Nello stesso giorno si svolge il Saturday Night Fiber a Madrid e lo si nota. Il cartello di stasera è un po’ povero.
Il nostro giorno inizia con gli spagnoli Manos De Topo (voto: 7). Hanno dalla loro un nome orrendo e un suono davvero piacevole. Il loro pop d'autore ha una gran presa tra il pubblico di origine spagnola e ciò consente che ci sia un ottimo scambio palco-pubblico.
A seguire The Ting Tings (voto: 7). Il duo inglese sul palco ha una carica mostruosa e il fatto che siano solo in due, non pregiudica nulla. Jules De Martino (batteria) suona la chitarra tenendo il tempo con la cassa dritta e Katie White (voce-chitarra) che tra riff spudoratamente orecchiabili e melodie giocose salta da una parte all'altra del palco trascinando il microfono dal cavo arancione fluo. Non sono solo i singoli a far presa, ma quasi tutto il materiale estratto dal loro esordio. Anche l'unica ballata (definita come "l'unico brano lento dei Ting Tings" da loro stessi) ha una buona presa. Si balla e si sorride parecchio. Speriamo che riescano a raggiungere la maturità (musicale) necessaria nel loro prossimo disco.
Sull'Escenario Verde troviamo i The Brian Jonestown Massacre (voto: 5). Che sul palco il clima sia uno dei più scazzati della storia ci vuole poco a capirlo. Il cantante sbaglia lo stato in cui si trova (come fai a non sapere che ti hanno portato in Spagna?!?), si accende sigarette su sigarette accordando chitarre che non deve suonare, parla con amici del pubblico. La musica passa oggettivamente in secondo piano.
A seguire, i My Morning Jacket (voto: 8 ) decidono che è ora di suonare e far rock coi controcazzi e senza sbornie. Amplificatori al massimo e psichedelia pura. Un'invasione di ‘70s miscelato ad un ottimo hard-rock. C'è molta intelligenza in tutto ciò, e può solo fare piacere. Viene creato un mondo di suoni, quasi palpabile, che ondeggia sopra e in mezzo a noi.
Tricky (voto: 5). Ci aspettavamo molto da lui ma evidentemente ci sbagliavamo. Dopo un quarto d’ora di noia ci spostiamo nel main stage sperando che il live dei Kills (Voto: 5) ci faccia tornare il sorriso. Invece no. Prendete ciò che è stato detto a riguardo ai Ting Tings e invertite. I Kills come duo non reggono il palco. Ma ciò è determinato fortemente dalla mancanza della sezione ritmica (tutta in digitale). I riff e le voci sono quelli morbosi e taglienti che conosciamo ma su un tappeto di nulla mischiato ad un computer non prendono vita. Qualcuno dovrebbe spiegarci che senso ha fare un live rock utilizzando basi per batteria e tastiere, senza una band alle spalle. Banali ed insipidi.
Torniamo al palco Fiberfib.com mentre i Booka Shade (voto: 7) iniziano il loro live set. Energici, potenti e ricchi di suoni interessanti che fanno ballare e saltare, ma c’è qualcosa che manca.
Unica grande soddisfazione della serata: The Raconteurs (voto: 9). Sarà che in mezzo c’è lo zampino del genio di Jack White ma la band americana ha una forza esplosiva. Chitarre decise che martellano. Un tocco unico; il nervosismo degli assoli di White, la precisione di Brendan Benson, la possibilità di fare della fottuta musica (parola di Jack White). Are you steady now?
Incuriositi, seguiamo poi le vicende dello strano duo (è il tema del giorno?) Gnarls Barkley (voto: 7). Che l'apporto live di Danger Mouse sia limitatissimo è evidente da subito, come da subito è evidente che la band che li accompagna è veramente sopra la media e allo stesso tempo sopra le righe. Basti vedere i salti del tastierista per capirci. Ceelo ci mette quello che può finchè la voce c'è (perde molto col passare dei brani). Il ritmo funky è recuperato dal passato senza troppa innovazione e i brani che hanno devastato le classifiche come Crazy, mancano di qualcosa e suonano un po' troppo mosci ed omologati.
Pessima la cover dei Radiohead che ci propinano quasi a fine concerto. Non basta avere una bella voce per essere Thom Yorke, perchè Thom Yorke ha la voce di Thom Yorke. e basta.
DAY.4
La prima parte dell’ultimo giorno del festival la passiamo sotto il tendone bianco del Fiberfib.com. Oggi a differenza del giorno precedente il cartello non lascia un attimo di respiro.
Si inizia alle 18.40 con i National (voto: 7) che ci regalano da subito un' ottima musica. La loro miscela di Editors (Joy Division di conseguenza) e U2 non disturba così tanto (tranne per le pose del cantante). Il suono trova la miglior posizione quando riesce ad innervosirsi e a defibrillare tra i vari componenti.
A seguire i tanto aspettati Death cab for cutie (voto: 8 ). Tempo fa leggevo un articolo che presentava il loro sesto disco intitolato “La rivincita dei nerd”. Ma quali nerd? Per nulla impacciati o timidi i quattro di Washington capitanati da Ben Gibbard sanno suonare in modo strepitoso. La tecnica della scuola americana si vede: non una nota fuori posto, la voce di Ben senza sbavature. Nicholas Harmer al basso si muove benissimo. Lui e Nathan Good alla batteria si intendono perfettamente e sono una cosa sola. Ritmi dilatati dai suoni curati e misurati si alternano a ballate pop arricchite da splendide linee vocali.
Nota di merito, e sopratutto di rispetto, a Leonard Cohen (voto: 7) che nel caldo pomeriggio di Benicassim riesce a regalare blues, jazz, funk e pop d'autore. La sua collocazione in contemporanea ai Death Cab For Cutie, ci fa seguire solo gli ultimi venti minuti di pathos e gioia. L'ovazione finale è la dimostrazione d'amore che un pubblico dà ad un eroe e che un eroe dà al suo pubblico, compagno d'avventura. Grazie Leonard.
La sorpresa del giorno è il giovane Calvin Harris (voto: 8 ). La formula sulla carta è facile: prendi una band che sa suonare e sa divertirsi, produci brani a colpi di cassa dritta molte orecchiabili e salta come un matto. Harris si trasforma quasi in un Mc piuttosto che in un cantante, quasi in un dj a tratti. Le frasi ad effetto prima di ogni esplosione dei brani hanno un effetto devastante sulla folla che un po' stupita si trova a ballare, saltare e canticchiare come non mai. Non puoi non muoverti nelle versioni live di Merrymaking At My Place, Acceptable In The 80's e la conclusiva The Girls. Irresistibile.
Senza un attimo di respiro poco dopo toccherà ai Justice (voto: 9). Dilemma: nello stesso istante sul main stage sarebbe salito il magnifico Morrissey… la matematica aiuta la scelta a favore dei Justice (perdonaci Moz), che qui abbiamo visto solo due anni fa quando erano conosciuti solo per il loro remix dei Simian (Never be alone).
Il palco coperto da un muro di casse Marshall con al centro la consolle con la croce luminosa, il buio in pista, caldo, gente che si stringe sino a rendere il Fiberfib.com saturo. Ecco salire i due francesi. Croci costruite alla meglio spiccano in aria sulla gente. Lo spettacolo ha inizio.
Non siamo certi di quanto effettivamente sia stato suonato live e quanto invece il semplice djset, fatto sta che Gaspar e Xavier sono riusciti nel giro di qualche anno a consacrarsi mostri sacri di un genere che fonda le sue basi nell’electro-house / disco-punk percorrendo la strada iniziata dieci anni fa dai Daft Punk e ora così in voga.
Un po’ in colpa corriamo a seguire sul palco principale l’ultima parte del live di Morrissey (voto: 7). La sua voce è maestosa, intensa, immaginifica. Tutti aspettano soprattutto il repertorio de The Smiths, ma non si può solo vivere di passato.
Ci spostiamo nel palco Vodafone per il live di Yelle (voto: 8). French-pop di derivazione eighties davvero convincente. Julie Budet accompagnata da batteria e tastiere ha una voce decisa. Non troppo impegnative le sue canzoni ma sicuramente divertenti, senza pretese. Sul palco Julie con il suo vestito a paiette blu e le scarpe da ginnastica si muove bene, balla e fa ballare. E quando iniziano le note di “A cause des garçons” il pubblico intona il ritornello saltando. Una parte di pubblico resta comunque attonita e non approva lo spudorato pop maledettamente french, a volte troppo teenager.
Da una regina senza corte, corona e re ad un personaggio che è stato davvero la regina degli anni 80 dark. Siouxsie (Voto: 7) torna sul palco come solista e di classe ne ha davvero tanta. Oltre ad un incredibile energia e dinamismo, Siouxsie ha il rock e la malizia che le percuotono il colpo e lo show è denso di qualità.
A concludere la quattordicesima edizione del festival di Benicassim sull'Escenario Verde sono i Vive la fête (voto: 7). L'electropop della band ogni tanto decolla, ogni tanto rimane ancorato al palco e non raggiunge gli spettatori. La voce di Els Pynoo si dimostra la giusta combinazione tra Blondie ed una qualsiasi attrice delle commedie sexy italiane; erotismo, poca qualità e molto nervosismo vocale.
Il loro singolo storico Nuit Blanche non sconvolge affatto. Pensavo fosse amore, invece…
Il FIB rimane comunque sempre il FIB. Festoso, brillante, accogliente. C’è un pezzo di cuore che resta in questa lingua di terra baciata dal sole.
Mattia Barro & Andrea Alibardi
DAY 1
DAY 2
DAY 3
DAY 4
FIB 2008
Non c’è due senza tre. E così anche quest’anno la ridente cittadina di Benicassim, situata a circa 70 Km a nord di Valencia ci ospita. Splendida location per un festival situato alle spalle delle colline e il deserto de Las Palmes e di fronte al mar Mediterraneo.
In questi ultimi tre anni abbiamo raccontato oramai tutto quel che c’è da sapere su questo festival che di anno in anno cresce e si contorna di manifestazioni collaterali in cui si trovano mostre, spettacoli teatrale e molte altre attività.
La novità principale di quest’anno è il Saturday Night Fiber Madrid organizzato in parallelo al secondo giorno di festival. Tra gli artisti più famosi Morrissey, My Bloody Valentie, Mika, Siouxsie, Babyshambles e Hot Chip.
Vuoi per il cartello meno ricco di artisti ultra famosi, vuoi per la concomitanza con il Summercase a Barcellona, questa edizione ha visto una tendenza in ribasso di pubblico (circa 35.000 al giorno rispetto ai 40.000 del 2007).
DAY.1
A dare il via all'ultima edizione del Fib, sono i Krakovia (voto: 6) sul palco principale (l'Escenario Verde). Già dal look, la band spagnola mostra i loro intenti: un punk cabaret senza troppe pretese. Ci si divide tra la cresta esagerata del cantante, alle pose da pin-up della cantante (studiate millemetricamente). La sezione vocale, però, non riesce mai ad impossessarsi dei brani che si perdono o non si completano mai. Lasciano poco. Creste e pose.
Il primo vero scossone arriva con l'ingresso sul palco dei Nada Surf (voto: 8.5). La carica della band è davvero impressionante sia in chiave musicale sia in relazione al pubblico. Non mancano coinvolgimenti in uno spagnolo tanto divertente quanto maccheronico in cui il pubblico è invitato prima in un ballo 2step, poi ad intonare i vari ritornelli (addirittura prima dell'esecuzione di un brano viene insegnata la melodia da eseguire). Lo show, galoppando sulla relazione ormai amichevole tra gruppo e spettatore, impressiona per intrattenimento e atmosfere. E' un rock smaccatamente pop che ti s'incolla alle orecchie e si trasferisce sulle gambe. Alla fine si è felici di essere stati coinvolti in un gioco così piacevole.
Gli headliner della prima giornata sono i folletti islandesi degli Sigur Ros (voto: 10). Parlare prettamente della musica che suonano minuto dopo minuto sarebbe impossibile. Bisognerebbe trovare per ogni suono una frase o una parola che riporti ad una sensazione. Così Hoppipolla sarebbe un cuore che si stringe, Glosoli un volo spiccato, Gobbledigook puro colore.
Ma il compito di descrivere quanto è magnifico ciò che stiamo vivendo sarebbe ancora lontano. Si potrebbe allora parlare a livello visivo di Jonsi che viola la sacralità della sua chitarra con l'archetto, delle quattro ragazze addette alla sezione degli archi, dei quattro uomini ai fiati, dell'incredibile spettacolo visivo che ci regala Gobbledigook e del frac del pianista Kjarri.
Ma non sarebbe ancora abbastanza. E allora si è costretti a usare le proprie emozioni.
I Sigur Ros rendono gli occhi lucidi. Ad ogni brano rapiscono in modo differente e trascinano sulla loro terra, così affascinante e nuova per noi. Veniamo portati in un mondo così diverso in cui qualsiasi cosa ci reca stupore.
"Questa cantatela con noi", è un onore immenso dal cui è impossibile esimersi.
La musica si allontana e si dissolve, i 12 elementi di questo capolavoro si portano ad inizio palco e s'inchinano.
E ci applaudono.
E noi, noi ci limitiamo ad esplodere di colore.
Dopo l'esplosione emozionale firmata Sigur Ros, il main stage è occupato dai Mates Of State (voto: 6). Seduti in lontananza a riprendere fiato e a mangiare, la loro formula pop passa quasi inosservata per quasi tutto il pubblico. Ma più che altro, tutto sembra più vuoto, passaggero, quasi inutile dopo l'ondata islandese.
C'est la vie.
I Black Lips (voto: 7) sono la band successiva ad occupare l’Escenario Verde, portando una grossa scossa di energia, casino e anarchia. Martoriati da svariati problemi tecnici (instabilità del microfono del batterista, corde saltate alla chitarra del cantante ed effetti del primo chitarrista che lo abbandonano per una decina di minuti), cercano in tutti i modi di fare gran caciara e trasmettere quell'elettricità che sembra percuotere i loro corpi. La carica c'è, la precisione meno. Kids with guitars.
Il primo vero live al di fuori del palco principale è lasciato in mano ai Battles (voto: 9.5). E' solo passata una settimana dal loro live al Traffic Festival, ma rivederli è uno spasso ed uno sfizio. La carica è ancora maggiore da parte di tutti i componenti e il pubblico risponde come fosse di fronte ad una band importante, e i Battles si dimostrano esserne tali, per la gioia dei presenti. Ancora meglio che a Torino.
Un muro di suoni potenti, precisi, netti. Il sudore sui loro visi è simbolo di pura energia. A tratti quasi ‘disco’ i loro ritmi colpiscono e fanno muovere gambe e braccia.
I have Battles in my life.
L'ultimo concerto della giornata sul main stage è affidato ai These New Puritans (voto: 4). Spenti come pochi e senza nessuna grinta si lasciano trasportare dall'inerzia di un live senza emozioni. Un'annoiata platea li guarda senza convinzione e non risponde nemmeno alle indie hits come Elvis e Numerology. Non è un live rock, non è un live elettronico. E' solo inerzia, e a noi non interessa. Peccato perché il disco lasciava intendere polvere di novità e brillantezza. Il live asettico dimostra che oltre a non aver voce Jack Barnett è pure stonato.
Chiude il FIBstart Dj Supermarket (voto: 5), tedesco che tanto faceva sperare e invece è stato un flop.
Diciamo che nel 2008 se davanti a 20mila persone metti su “Hey boy, hey girl” sei uno sfigato. La gente avrebbe ballato pure qualcosa di un po’ meno inflazionato.
DAY.2
Primo giorno ufficiale di festival.
Iniziamo la giornata con i South San Gabriel (voto: 7) al FiberFib.com che oggi debutta come palco. La band ci pone di fronte ad un rock atmosferico molto ricco e ricercato. I suoni sono ampi e si allargano perfettamente nel caldo pomeriggio di Benicassim. Lasciano una sensazione di completezza che rimane per tutta la giornata.
Giungono poi dall'Inghilterra, tre simpatici volti chiamati Metronomy (voto: 7). L'electro-pop a cui danno anima è un continuo gioco tra simpatiche coreografie (i tre suonano in linea di fronte alle proprie tastiere). L'attitudine easy & funny che predomina diverte tutti i presenti. Happy games for funny people.
Ma la band più chiacchierata della giornata è comunque quella di Doherty, i Babyshambles (voto: 8).
Rumors a parte, Doherty e compagni fanno la loro parte. Tenendo in considerazione che Pete, a volte, si dimentica le parole dei propri brani, questi inglesi non son così male come ci si immaginerebbe. Qualche momento di buon brit pop investe la folla che però, senza motivi apparenti o senza più voglia di parole parole parole, non partecipa come ci si aspetterebbe a inni generazionali come Albion e Fuck Forever.
Ma qualche fiamma da Albione brucia ancora. Ad ogni modo il loro show convince ancor di più di due anni fa (suonarono alle 18.40 sotto il cocente fiberfib.com, allora la band sembrava un po’ appannata).
Ci sono band che rimangono a galla grazie ai gossip attorno ai propri membri e band, invece, che riescono a trovare un peso e una posizione nella storia. Un pezzo di storia sono i New York Dolls (voto: 7).
Probabilmente vedere vecchi rocker con magliette corte ultra-aderenti strappa qualche sorriso ma, sorvolando sulla parte visiva, i NY Dolls tirano fuori l'anima che li ha resi celebri. C'è grinta, c'è rock'n'roll. Diametralmente opposti alla pessima figura fatta dai Sex Pistols in Italia, le bambole di NY riescono veramente ad ingannarci e a farci credere che ci sia ancora del rock e del punk con i controcoglioni. Il bello è che si divertono. Il bello è che ci divertiamo.
Ma la rivelazione della giornata e, forse, dell'intero festival sono gli Hot Chip (voto: 9). E lo si capisce da subito. In formazione completa, invadono il palco con un'elettronica colta e compatta: gran stuolo di tastiere, effetti e computer. I cinque inglesi intonano il primo pezzo (‘Out at the picture’, tratto dall’ultima fatica: Made in the Dark) e la folla è già in delirio. Sotto il tendone bianco manca l’aria, siamo sardine chiuse in una scatola che si muovono a ritmo di cassa e ballano, cantano senza sosta.
Alexis, il Woody Allen della musica internazionale, traccia melodie pop appiccicose e il pubblico non può che rispondere in modo entusiasta. I singoli Over And Over e Ready For The Floor incendiano i fan e non c'è cosa migliore di perdersi tra quei groove e la bellezza delle ragazze catturate da tutto ciò. La perla finale, in conclusione al live, è ciò che di tanto lieto e inaspettato nascondevamo nei nostri cuori sotto forma di speranza. Ma non sarebbe stato forse il caso di cedere agli Hot Chip il main stage!?
Gli headliners di questa seconda serata, sull'Escenario Verde, hanno un nome che nella scena alternative, oramai, pesa oro. E i My Bloody Valentine (voto: 8 ) valgono oro. Il noise, le distorsioni, il muro di suoni imprigionano il pubblico. E' come se ogni nota venisse riflessa su centinaia di specchi e si moltiplicasse, seguita di volta in volta da maree di rumori (nel senso più musicale del termine) che implodono su se stessi fino a formare colore.
A seguire, cattura il palco l'ex regina dei Moloko, Roisin Murphy (voto: 7). Che sul palco ci sia una prima donna affermata lo si capisce subito. Prepara per sè un vero show con tanto di guardaroba a bordo palco per cambiarsi e poter interpretare in maniera diversa i vari brani. Se i primi pezzi sono pulsazioni minimali, pian piano il suono diviene molto più house, molto più funky. Il cambiamento è apportato anche dai vari turnisti della band che arricchiscono un po' alla volta il palco. Roisin fa show: balla e si diverte nel giocare con le due coriste i membri del gruppo. Sfortunatamente, i brani più freschi ed estivi non decollano mai e non si rivelano all'altezza di quelli più ombrosi e drogati, dove la Murphy sembra viaggiarci perfettamente.
Ore 2.00: sua maestà Erol Alkan (voto: 8 ) sale in consolle e a differenza di due anni fa ci va giù pesante. Un set di due ore immersi in ipnotiche battute di cassa elettronica tecno-house che non lascia scampo. Non ci si ferma mai, si prede solo il respiro durante gli attimi in cui la cassa rallenta sino a sparire, il basso sibila sino a creare quella suspance che fa da preludio a un ritorno imponente di cassa in quarti e bassi profondi. Da notare il momento in cui il dj fondatore del Trash di Londra esce dalla consolle e abbraccia lo scanner che crea gli effetti laser sino a che la security lo ferma. Lui si scusa con loro e fa ripartire i bassi.
Sul palco Vodafone troviamo i Chromatics (voto: 5). La band si rivela come lo specchio della loro cantante: così bella e pura quando estrapolata dal palco, così monotona e banale on stage. Ruth Radelet si disegna nella mente un spazio di un metro nel quale per tutta la durata del live rimane a dondolare come una bambina dello zecchino d'oro. Un fatale ostacolo che li tiene legati alla mediocrità.
Stanchi ma ancora attivi arriviamo in tempo per assistere all’ultima mezzora di Mika (voto: 10). Che il venticinquenne di Beirut fosse bravo già lo sapevamo ma ci siamo mangiati le mani per non essere andati a vedere un suo live prima. Esplosivo, lucido, con una voce potente ed intonata, una coreografia da lasciare a bocca aperta e una gran band alle spalle. Goliardico show ispirato al circo condito di stelle filanti, coriandoli, mascotte vestite da coniglio stile superball americano, ballerine, coriste e chi più ne ha più ne metta. Probabilmente il miglior live del FIB 2008 con un valore aggiunto non da poco.
DAY.3
Nello stesso giorno si svolge il Saturday Night Fiber a Madrid e lo si nota. Il cartello di stasera è un po’ povero.
Il nostro giorno inizia con gli spagnoli Manos De Topo (voto: 7). Hanno dalla loro un nome orrendo e un suono davvero piacevole. Il loro pop d'autore ha una gran presa tra il pubblico di origine spagnola e ciò consente che ci sia un ottimo scambio palco-pubblico.
A seguire The Ting Tings (voto: 7). Il duo inglese sul palco ha una carica mostruosa e il fatto che siano solo in due, non pregiudica nulla. Jules De Martino (batteria) suona la chitarra tenendo il tempo con la cassa dritta e Katie White (voce-chitarra) che tra riff spudoratamente orecchiabili e melodie giocose salta da una parte all'altra del palco trascinando il microfono dal cavo arancione fluo. Non sono solo i singoli a far presa, ma quasi tutto il materiale estratto dal loro esordio. Anche l'unica ballata (definita come "l'unico brano lento dei Ting Tings" da loro stessi) ha una buona presa. Si balla e si sorride parecchio. Speriamo che riescano a raggiungere la maturità (musicale) necessaria nel loro prossimo disco.
Sull'Escenario Verde troviamo i The Brian Jonestown Massacre (voto: 5). Che sul palco il clima sia uno dei più scazzati della storia ci vuole poco a capirlo. Il cantante sbaglia lo stato in cui si trova (come fai a non sapere che ti hanno portato in Spagna?!?), si accende sigarette su sigarette accordando chitarre che non deve suonare, parla con amici del pubblico. La musica passa oggettivamente in secondo piano.
A seguire, i My Morning Jacket (voto: 8 ) decidono che è ora di suonare e far rock coi controcazzi e senza sbornie. Amplificatori al massimo e psichedelia pura. Un'invasione di ‘70s miscelato ad un ottimo hard-rock. C'è molta intelligenza in tutto ciò, e può solo fare piacere. Viene creato un mondo di suoni, quasi palpabile, che ondeggia sopra e in mezzo a noi.
Tricky (voto: 5). Ci aspettavamo molto da lui ma evidentemente ci sbagliavamo. Dopo un quarto d’ora di noia ci spostiamo nel main stage sperando che il live dei Kills (Voto: 5) ci faccia tornare il sorriso. Invece no. Prendete ciò che è stato detto a riguardo ai Ting Tings e invertite. I Kills come duo non reggono il palco. Ma ciò è determinato fortemente dalla mancanza della sezione ritmica (tutta in digitale). I riff e le voci sono quelli morbosi e taglienti che conosciamo ma su un tappeto di nulla mischiato ad un computer non prendono vita. Qualcuno dovrebbe spiegarci che senso ha fare un live rock utilizzando basi per batteria e tastiere, senza una band alle spalle. Banali ed insipidi.
Torniamo al palco Fiberfib.com mentre i Booka Shade (voto: 7) iniziano il loro live set. Energici, potenti e ricchi di suoni interessanti che fanno ballare e saltare, ma c’è qualcosa che manca.
Unica grande soddisfazione della serata: The Raconteurs (voto: 9). Sarà che in mezzo c’è lo zampino del genio di Jack White ma la band americana ha una forza esplosiva. Chitarre decise che martellano. Un tocco unico; il nervosismo degli assoli di White, la precisione di Brendan Benson, la possibilità di fare della fottuta musica (parola di Jack White). Are you steady now?
Incuriositi, seguiamo poi le vicende dello strano duo (è il tema del giorno?) Gnarls Barkley (voto: 7). Che l'apporto live di Danger Mouse sia limitatissimo è evidente da subito, come da subito è evidente che la band che li accompagna è veramente sopra la media e allo stesso tempo sopra le righe. Basti vedere i salti del tastierista per capirci. Ceelo ci mette quello che può finchè la voce c'è (perde molto col passare dei brani). Il ritmo funky è recuperato dal passato senza troppa innovazione e i brani che hanno devastato le classifiche come Crazy, mancano di qualcosa e suonano un po' troppo mosci ed omologati.
Pessima la cover dei Radiohead che ci propinano quasi a fine concerto. Non basta avere una bella voce per essere Thom Yorke, perchè Thom Yorke ha la voce di Thom Yorke. e basta.
DAY.4
La prima parte dell’ultimo giorno del festival la passiamo sotto il tendone bianco del Fiberfib.com. Oggi a differenza del giorno precedente il cartello non lascia un attimo di respiro.
Si inizia alle 18.40 con i National (voto: 7) che ci regalano da subito un' ottima musica. La loro miscela di Editors (Joy Division di conseguenza) e U2 non disturba così tanto (tranne per le pose del cantante). Il suono trova la miglior posizione quando riesce ad innervosirsi e a defibrillare tra i vari componenti.
A seguire i tanto aspettati Death cab for cutie (voto: 8 ). Tempo fa leggevo un articolo che presentava il loro sesto disco intitolato “La rivincita dei nerd”. Ma quali nerd? Per nulla impacciati o timidi i quattro di Washington capitanati da Ben Gibbard sanno suonare in modo strepitoso. La tecnica della scuola americana si vede: non una nota fuori posto, la voce di Ben senza sbavature. Nicholas Harmer al basso si muove benissimo. Lui e Nathan Good alla batteria si intendono perfettamente e sono una cosa sola. Ritmi dilatati dai suoni curati e misurati si alternano a ballate pop arricchite da splendide linee vocali.
Nota di merito, e sopratutto di rispetto, a Leonard Cohen (voto: 7) che nel caldo pomeriggio di Benicassim riesce a regalare blues, jazz, funk e pop d'autore. La sua collocazione in contemporanea ai Death Cab For Cutie, ci fa seguire solo gli ultimi venti minuti di pathos e gioia. L'ovazione finale è la dimostrazione d'amore che un pubblico dà ad un eroe e che un eroe dà al suo pubblico, compagno d'avventura. Grazie Leonard.
La sorpresa del giorno è il giovane Calvin Harris (voto: 8 ). La formula sulla carta è facile: prendi una band che sa suonare e sa divertirsi, produci brani a colpi di cassa dritta molte orecchiabili e salta come un matto. Harris si trasforma quasi in un Mc piuttosto che in un cantante, quasi in un dj a tratti. Le frasi ad effetto prima di ogni esplosione dei brani hanno un effetto devastante sulla folla che un po' stupita si trova a ballare, saltare e canticchiare come non mai. Non puoi non muoverti nelle versioni live di Merrymaking At My Place, Acceptable In The 80's e la conclusiva The Girls. Irresistibile.
Senza un attimo di respiro poco dopo toccherà ai Justice (voto: 9). Dilemma: nello stesso istante sul main stage sarebbe salito il magnifico Morrissey… la matematica aiuta la scelta a favore dei Justice (perdonaci Moz), che qui abbiamo visto solo due anni fa quando erano conosciuti solo per il loro remix dei Simian (Never be alone).
Il palco coperto da un muro di casse Marshall con al centro la consolle con la croce luminosa, il buio in pista, caldo, gente che si stringe sino a rendere il Fiberfib.com saturo. Ecco salire i due francesi. Croci costruite alla meglio spiccano in aria sulla gente. Lo spettacolo ha inizio.
Non siamo certi di quanto effettivamente sia stato suonato live e quanto invece il semplice djset, fatto sta che Gaspar e Xavier sono riusciti nel giro di qualche anno a consacrarsi mostri sacri di un genere che fonda le sue basi nell’electro-house / disco-punk percorrendo la strada iniziata dieci anni fa dai Daft Punk e ora così in voga.
Un po’ in colpa corriamo a seguire sul palco principale l’ultima parte del live di Morrissey (voto: 7). La sua voce è maestosa, intensa, immaginifica. Tutti aspettano soprattutto il repertorio de The Smiths, ma non si può solo vivere di passato.
Ci spostiamo nel palco Vodafone per il live di Yelle (voto: 8). French-pop di derivazione eighties davvero convincente. Julie Budet accompagnata da batteria e tastiere ha una voce decisa. Non troppo impegnative le sue canzoni ma sicuramente divertenti, senza pretese. Sul palco Julie con il suo vestito a paiette blu e le scarpe da ginnastica si muove bene, balla e fa ballare. E quando iniziano le note di “A cause des garçons” il pubblico intona il ritornello saltando. Una parte di pubblico resta comunque attonita e non approva lo spudorato pop maledettamente french, a volte troppo teenager.
Da una regina senza corte, corona e re ad un personaggio che è stato davvero la regina degli anni 80 dark. Siouxsie (Voto: 7) torna sul palco come solista e di classe ne ha davvero tanta. Oltre ad un incredibile energia e dinamismo, Siouxsie ha il rock e la malizia che le percuotono il colpo e lo show è denso di qualità.
A concludere la quattordicesima edizione del festival di Benicassim sull'Escenario Verde sono i Vive la fête (voto: 7). L'electropop della band ogni tanto decolla, ogni tanto rimane ancorato al palco e non raggiunge gli spettatori. La voce di Els Pynoo si dimostra la giusta combinazione tra Blondie ed una qualsiasi attrice delle commedie sexy italiane; erotismo, poca qualità e molto nervosismo vocale.
Il loro singolo storico Nuit Blanche non sconvolge affatto. Pensavo fosse amore, invece…
Il FIB rimane comunque sempre il FIB. Festoso, brillante, accogliente. C’è un pezzo di cuore che resta in questa lingua di terra baciata dal sole.
Mattia Barro & Andrea Alibardi
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