Visualizzazione post con etichetta festival. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta festival. Mostra tutti i post

sabato 22 agosto 2009

REPORTAGE MUSICALE - FIB, Benicassim (Spain)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

16-7-2009
Festival Internacional @ Benicassim (Spagna) - Giorno 1

Quarto anno consecutivo a Benicassim per noi di 'Indie-Rock.it'. Inutile dilungarsi in presentazioni per uno dei festival più belli d'Europa (in caso leggete le recensioni degli anni scorsi). La XV edizione del FIB Heineken presenta una line-up di tutto rispetto e si prepara a battere il record di presenze: ben 200.000 persone in quattro giorni intensi (50.000 in più dell'anno scorso), alla faccia di altre manifestazioni che hanno visto un brusco calo di pubblico o addirittura sono state cancellate.

L'area concerti 2009 è stata ingrandita assieme all'area camping e gli spazi al suo interno sono stati drasticamente rivisti e adattati per poter meglio ospitare i 'FIBers', composti per un buon 40% di inglesi. Il tendone Vodafone (il 3° palco in ordine di importanza) è stato ingrandito, il Fiberfib (il 2° palco) non è più coperto da una tenda dove ci si scioglie dal caldo, ma un'area all'aperto molto più ampia.

Arriviamo al recinto del festival mentre i Bishops (voto: 5) hanno iniziato da poco a suonare. Da lontano appaiono inconsistenti e indecisi, forse sono intimoriti dal pubblico già numeroso nonostante il sole cocente e i quasi 40°.

Ascoltiamo i View (voto: 6) che piacciono, sono carichi di energia ma non adatti ad un palco così grande. Sicuramente rendono di più in un piccolo club buio in atmosfere più intime.

Sono i Mistery Jets (voto: 7) a stupirci per il loro live espressivo e divertente. Appaiono freschi nonostante l'afa e il sole ancora alto in cielo. Sorseggiando birra ghiacciata canticchiamo 'Young Love' e la spendida 'Half In Love With Elizabeth'.

Gli headliner della giornata sono gli Oasis (voto: 7). Live sanno dire la loro ed è impossibile non cantare canzoni storiche come 'Roll With It', 'Supersonic', 'Wonderwall' solo per citarne alcune. E proprio durante 'Wonderwall' Liam si arrabbia e se ne va. Noel lascia continuare il pubblico, poi intona le prime note di 'Live Forever', si ferma e la folla canta il resto. Liam torna e ricomincia daccapo 'Wonderwall' (successivamente, durante un'intervista, giudicherà “una perdita di tempo” il concerto dati i numerosi problemi tecnici, e confesserà che solo grazie al calore del pubblico gli Oasis hanno proseguito l'esibizione.

Dopo poco salta la corrente sul palco... A questo punto lasciamo i fratelli Gallagher e compagni a favore dei Gang Of Four (voto: 8). Meravigliosi. Una band con le palle. Nonostante i volumi un po' bassi ci ha stupito la consistenza della loro performance. 'Natural's Not In It' impossibile da non ballare.

Pochi minuti di Telepathe (voto: 4) lasciano un retrogusto amaro, come ascoltare un'unica intro da cui ci si aspetta molto ma che non fa decollare mai il pezzo. Meglio ascoltarsi il disco.

Lasciamo il festival con le note in lontananza dei We Are Standard (voto: 6), una sorta di Subsonica in versione spagnola, ma molto più indie / punk-funk.


17/18-7-2009
Festival Internacional @ Benicassim, Spagna - Giorni 2 & 3

Giorno 2: venerdì. Dalle prime ore del pomeriggio si alza il vento. le nuvole velano il cielo. Arriviamo nell'Escenario Verde (il main stage) e Paul Weller (voto: 5) inizia a suonare. L'attenzione però è per l'incendio che si è sviluppato alle nostre spalle appena fuori dal recinto: un intero campo di sterpaglie viene mangiato da fiamme alte che aiutate dal forte vento minacciano i palazzi sul lungo mare. Tutto torna alla normalità dopo un paio d'ore, ma il vento ora è talmente forte che Weller deve fermarsi a metà concerto. La copertura del palco salta per metà, Il tendone dell'area press oscilla e viene chiuso assieme agli altri palchi. La gente non sa che fare.

Dopo due ore di silenzio l'organizzazione decide di far suonare sul palco grande i Tom Tom Club (voto: 5). Al termine del live il pubblico viene fatto defluire all'esterno del recinto, e coperti di polvere rossa ce ne torniamo a casa tristi di aver perso le (personalmente) tanto attese performance di Kings of Leon, Maximo Park, Horrors, Boys Noize e Yuksek.

Giorno 3: sabato. Il live dei Television Personalities (voto: 0) è quanto di più brutto abbiamo avuto l'occasione di vedere in tutta la nostra vita. Si è poi parlato di una qualche loro protesta durante lo 'show' (la parodia di 'All The Things That I’ve Done' dei Killers?) ma, oltre ad uno strafatto Dan Stacey che a metà decide di non suonare più la chitarra, c’è poco da dire. Il batterista a volte si ritrova a suonare da solo per lunghi minuti dato che sul palco tutti parlano e si raccontano i fatti loro. Non vengono lapidati dal pubblico grazie al loro importante nome, ma la performance, o finta tale, risulta una presa in giro, una totale mancanza di rispetto verso chi si è posto di fronte a loro per ascoltare musica.

I 2Manydjs (voto: 9) li abbiamo visti in ogni modo in Italia. Al nord sono quasi dei resident. Ma questa volta sorprendono. I fratelli Dewaele fanno sempre dj set, OK, ma in questa occasione il loro percorso nella storia della musica è impressionante. Si toccano tutte le decadi dagli anni '60 in poi. I due, che paradossalmente suonano con una consolle extralusso (due dvj con controllo video e due cdj, mixer con kaoss pad e altro), si dividono l’unica cuffia a disposizione. Il maxi schermo del palco principale mostra una telecamera fissa sulla consolle, ed è impressionante quante volte le loro mani si muovono sui comandi gestendo ogni singolo movimento del loro set. La folla risponde come di fronte ad una delle più acclamate rockband. Sempre una spanna avanti a tutti.

Gli Elbow (voto: 9), sfortunatamente, li sentiamo solo da tre quarti concerto. Giusto il tempo di capire di aver perso uno spettacolo incredibile, dalle atmosfere dense e profonde. In particolar modo è la voce di Guy Garvey ad ammaliare. A farsi e a fare amare.

I Maximo Park (voto: 8) sono una band da concerto live. O meglio, Paul Smith è un animale da palco. Nonostante l'ultima loro fatica discografica non sia di gran livello la band di Newcastle si conferma per l'ennesima volta una delle poche ad essere sopravvissute dall'ondata indie di metà decennio. Dunque assolutamente da vedere dal vivo. E speriamo che il quarto disco, se e quando uscirà, sarà dello stesso livello dell'inparagonabile 'A Certain Trigger' del 2005.

Qualche aggiustatina, ma solo ai capelli, per questo live dei Franz Ferdinand (voto: 8). La scaletta e la performance sono identiche a quelle del tour dei palazzetti. Cambia poco (sparisce 'This Fire' dalla chiusura, lasciata al delirio elettronico di 'Lucid Dreams') e il risultato è sempre lo stesso: un’incredibile carica adrenalinica. I Franz hanno oramai una miriade di singoli per far saltare tutti gli indie guys d’Europa. Dai brani taglienti degli esordi, ai nuovi droni elettronici. Oramai una sicurezza, una delle poche band degli anni zero che ci ricorderemo.

Peaches (voto: 10) è la rivelazione del festival. Seguita dalla sua band, The Sweet Machine, il suono che viene a crearsi è un’elettronica mischiata con il rock, la dance, il pop. Electroclash dai mille spunti che ha come valore aggiunto una scelta di suoni davvero valida ed accurata, che anche i Justice e compagnia bella potrebbero invidiare. Peaches è la star. Viene innalzata dal pubblico durante il suo stage diving e, sorretta dalla folla, continua a cantare anche quando viene fatta rimbalzare tra centinaia di mani. La platea pende dalle sue labbra e, all’ordine di togliersi le t-shirts, migliaia di magliette vengono fatte sventolare in suo onore. Peaches ha una carica incredibile e si diverte a giocare sul sesso urlato e non mascherato. Lo show è un suo lungo spogliarello fino al conclusivo body color carne con la zona genitale, la sua 'peach', illuminata.


19-7-2009
Festival Internacional @ Benicassim, Spagna - Giorno 4

L’organizzazione del FIB, messa KO dalle intemperie del venerdì sera, fatica a trovare un giusto ordine delle cose. Finisce così che arrivando in orario per i Calexico, ci si trovi a sentire la loro ultima canzone, scoprendo che tutti gli orari del FiberFib e dell’Escenario Verde sono stati cambiati. Bisogna quindi correre a capirci qualcosa e ricomporre le varie timetable.

Buona sorpresa i White Lies (voto: 7) dei quali si vociferava molto male riguardo ai loro live. Invece, la band di Londra si dimostra capace di ricreare quanto fatto su disco, anche se il giovanissimo leader Harry McVeigh non spicca per personalità. Spesso pare quasi intimorito dalla grande folla che intona i vari singoli estratti dal loro sorprendente album d’esordio. Un concerto che invece riesce a mantenere la propria carica emotiva, aiutato dai colori e dalle luci del tramonto.

In contemporanea (a causa degli spostamenti d’orario), troviamo i TV On The Radio (voto: 6) che questa volta non riescono proprio a far brillare la loro stella. La stratificazione dei brani su disco dal vivo non riesce a ricrearsi e spesso i suoni si sovrappongono e non riescono ad essere chiari nel proprio rumore. L’equalizzazione del palco, oltretutto, non aiuta la band di New York nella sua impresa, intrappolandola in un suono non all’altezza (troppi bassi della cassa e frequenze medie tagliate). Dispiace quindi che le conclusive 'DLZ' e 'Staring At The Sun' non trovino quell’incredibile luce di cui solitamente splendono.

Lykke Li (voto: 10) è la miglior performance a cui si possa partecipare a questa edizione del FIB. L’appena ventiquattrenne svedese, con all’attivo un solo album, mostra sul palco una maturità incredibile e fuori da ogni norma. I generi toccati sono molti, dall’indie-rock, all’electro, alla musica d’autore, al rap. Timotej Zachrisson (all’anagrafe) è una performer in grado di adattarsi a tutto ciò. Ma il suo non è un adattarsi, è essere di un’anima multiforme. Timotej è tutto ciò. E’ selvaggia e animalesca nei movimenti, ma anche delicata e jazz nella conclusiva 'Tonight', che si conclude con il pubblico che intona l’ultimo verso del ritornello e Lykke Li che applaude ed esce. Forse siamo davanti ad una nuova regina, in grado di rendere gigantesco il minimalismo di 'Dance, Dance, Dance' e di rendere educato e sofisticato il saltare di 'Breaking It Up' (il brano meglio riuscito dell’intero blocco). C’è anche spazio per la cover di 'Knocked Up' dei Kings Of Leon, un omaggio a noi che non abbiamo avuto il piacere di sentirli. Siamo probabilmente davanti a qualcosa di davvero nuovo e magnifico.

Gli headliner di quest’ultimo giorno sono i Killers (voto: 6), affermati oramai anche nel mondo mainstream. Sintetizzando il concerto si potrebbe definire come un live per fans. I Killers non sono dei grandi musicisti e Brandon Flowers subisce la sua stessa scrittura: le sue parti vocali dal vivo sono troppo difficili anche per lui. Proprio a causa di ciò, coloro che non amano i Killers nemmeno su disco finiscono per annoiarsi ed allontanarsi. I veri affezionati, o quelli che apprezzano esclusivamente i loro singoli, riescono a divertirsi e a trovare spunti di piacere. Effettivamente Brandon è un ottimo frontman e visivamente riesce a catturare la folla (principalmente femminile). I singoli funzionano (peccato una 'Mrs. Brightside' debole) e alla maggior parte della platea basta ciò. Da lavorarci. Ma ne avran tempo e voglia adesso?

Sempre martoriati da problemi tecnici questi Friendly Fires (voto: 7)! Questa volta è il turno delle tastiere del cantante Ed Macfarlane. Risolto questo problema, i Friendly Fires dimostrano già di avere numerosi singoli da battaglia e il trittico 'Skeleton Boy', 'Lovesick', 'Jump In The Pool' ne sono la dimostrazione. Il pubblico inglese li ha già resi idoli e loro riescono a trovare una buona attitudine on stage capace di intrattenere e far ballare con sezioni ritmiche sempre molto lavorare e originali.

Chiudono la serie di concerti del FIB 2009 i Rinoçerose (voto: 6), dal groove bello potente. Il loro impatto è deciso e molto dance, cassa dritta e basso corposo; vestono di bianco e nero e sono molto scenici anche se un po' troppo fermi sul palco. Bella la comparsa di Bnann Watts degli Infadels in 'Cubicle'. Nonostante ciò dopo un po' la nostra soglia di attenzione cala perché tutto sommato la band francese non ha molto da dire.

Anche questa quindicesima edizione è giunta al termine. Chiudiamo gli occhi e balliamo i set di DiskJokke e DJ Hell. E mentre il sole sta sorgendo rammaricati abbandoniamo il festival con la consapevolezza che l'anno prossimo saremo ancora lì, pronti a cantare e ballare.


Mattia Barro & Andrea Alibardi

REPORTAGE MUSICALE - Eurockéennes Festival, Belfort (France)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

3-7-09
Eurockéennes Festival @ Belfort (Francia) - Giorno 1


Francia dell'est. Quella al confine con la Germania, appena sopra la Svizzera. La famosa regione dell'Alsazia, celebre più che altro per i suoi continui passaggi postbellici tra Germania e Francia. E' inizio luglio e si sta bene. Il caldo non è torrido e le nuvole fanno addirittura immaginare futuri acquazzoni. L'Eurockeennes è collocato in un piccolo lembo di terra che si immerge nelle acque del lago di Belfort. Si dilunga per tre giorni. Propone, per ogni serata, headliners di diverso genere: Prodigy, Kanye West e Slipknot. In mezzo qualche perla, circondata da tanti tanti tanti artisti francesi.

Menzione particolare va subito fatta sull'ambiente, sull'atmosfera. Il clima generale è da sagra del paese. Fa subito strano notare come siano praticamente assenti gli stand di etichette discografiche (o di qualsiasi cosa si avvicini alla musica). Gli stand sono prevalentemente dedicati al cibo, ai vestiti di dubbio gusto e ai venditori di orecchini, cartine, bongs. Fa strano, in particolar modo, vedere la totale assenza di una qualche popolazione indie. In quantità centellinata si avvistano Wayfarer, Converse e skinny jeans. La gente è composta prevalentemente da persone normali, prive di una anche minima estrosità estetica. Fa paura, invece, la forte presenza di tamarri di ogni genere, giustificata dal basso costo del festival (85 euro l'abbonamento ai tre giorni) e alla presenza, nella prima giornata, dei Prodigy.

In maniera molto semplice riusciamo a raggiungere in macchina Belfort e il suo festival, grazie ad un'ottima segnaletica stradale. Sfortunatamente, parcheggio e camping sono a distanza chilometrica dall'area concerti e quindi bisogna utilizzare le apposite navette per raggiungerla. Bastano poi due passi all'interno di tale area per capire che sarà molto difficile la comunicazione. Gli addetti al rilascio di biglietti e accrediti non spiccicano una parola di inglese e bisogna comunicare con loro in modo primitivo. Ciò rimarrà un problema anche per i giorni a seguire, in quanto nessun partecipante o addetto ai lavori pare conoscere una lingua diversa dal francese (quando si chiede "One Beer", si viene scrutati come marziani). La zona dedicata ai concerti è formata da quattro palchi, di cui uno coperto. Il numero elevato dei partecipanti crea a volte difficoltà negli spostamenti tra i vari palchi, ma, saltato questo ostacolo, la logistica non risulta un problema.

Il primo show che abbiamo segnato in agenda è quello di Emiliana Torrini (voto: 8). La cantautrice islandese ci allieta, anche questa volta, con la sua voce e il suo particolarissimo accento, creando, anche in pieno giorni, emozioni vive. La scaletta è composta dai principali brani dei tre suoi ultimi dischi, raccogliendo a sé i percorsi della carriera musicale di Emiliana. Manca forse una certa intimità al tutto. Vi è della dispersione di troppo, sia per il molto pubblico non troppo attento, sia per il sole ancora alto e caldo.

La programmazione è molto delineata e non c'è molta competizione tra i palchi. A volte, ci si ritrova con un solo palco a disposizione e tutti i presenti vi si affollano costretti. E' questo il motivo principale del pienone riscosso dai Las Wampas (voto: 4), patetico gruppo formato da vecchietti al limite del ridicolo tra jeans attilati rosa, magliettine e petti nudi. La musica è una sorta di rock 'n' roll in chiave dance gay che annoia. Potremo compararli ai Rolling Stones, ma solo per via dell'età.

Fuggiti da questa performance abbiamo la fortuna di ripararci con Oxmo Puccino (voto: 8), rapper francese, seguito dalla sua band. Il rap di Oxmo è molto passionale, molto vicino al pubblico. Non cade nei tipici cliché dell'hip-hop d'oltreoceano. I francesi (difficile scovare altre nazionalità) lo amano e ne cantano ogni strofa, spesso prive di difficile metriche, ma a favore di messaggi concisi e diretti.

C'è tempo di girare un po' nel negozio Fnac (con ottime promozioni) e nell'unico stand di un'etichetta (Les Boutiques Sonores) prima dell'inizio dello show degli Yeah Yeah Yeahs (voto: 9). La band newyorkese dà il massimo. Il pubblico è fuori di testa. Karen O si agita più che mai e a volte gli scappa un sorriso emozionato nel vedere la gente così coinvolta. Addirittura fin troppo. Anche nei brani più lenti si vedono ragazzi catapultati sopra le nostre teste e tentativi di pogo. La scaletta per un'ora di fuoco è studiata con dovizia, miscelando quanto ti meglio è stato prodotto dalla band nei proprio tre album. Un live tirato, diretto.

Aggirandoci ancora per la location del festival, ci imbattiamo nel live dei We Were Evergreen (voto: 8) nello stand della Sfr. Il trio francese, che canta in inglese, propone un educato folk che trova la sua forza nelle trovate più giocose e nell'alternarsi della voce maschile con quella femminile. Da trovare, scovare ed ascoltare.

Sul palco principale è tempo dei Cypress Hill (voto: 7), band confermata in extremis. E' forte la comunità hip-hop all'interno del festival che trova vari suoi rappresentati nei tre giorni. Ma i Cypress Hill subiscono la mancanza di una minima conoscenza dell'inglese e spesso gli inviti di B-Real si perdono nella collinetta di fronte a lui. Il coinvolgimento dal palco è alto e quando si riesce a trovare un compromesso con la folla, il risultato è esplosivo. A causa di questo decifit di comunicazione, lo show rimane complessato e sottotono.

Dall'altra parte della piccola penisola, sul palco posto sulla spiaggia si esibisce Alela Diane (voto: 7). Il folk della giovane californiana è conciso e nella forma chitarra-voce, Alela riesce ad emozionare profondamente. Non riusciamo a seguire completamente il live, penalizzato forse solo da una certa staticità stilistica.

Un ascolto rapido è quello che concediamo ai Kills (voto: 6) che, confermando quanto visto al FIB di Benicassim dell'anno scorso, dal vivo rendono veramente poco. Il minimo sindacale per una band di cui si parla sempre molto.

Toccata e fuga anche per i Naive New Beaters (voto: 8), che con il loro electro rock mescolato al rap, compongono ottime strutture rendendosi ballabili ed apprezzabili. Buone vibrazioni.

L'attenzione è tutto per il main event della serata: i Prodigy (voto: 10). Un live dei Prodigy è come ognuno di noi lo immagina. Potente, devastante. Un acido sonoro lungo un'ora e mezza. Maxim, durante l'esecuzione di 'Smack My Bitch Up' riesce a far sedere tutti i presenti (40mila?) per fare esplodere il loro urlo nel momento dell'attacco del "ritornello". E' un'esperienza mistica. Una sorta di Trainspotting emotivo. La lista di trip elettronici è infinita. La drum 'n' bass si mischia alla techno, al rap, all'electro e la band (perchè i Prodigy aumentano a livello numerico nella sfera live) riesce a creare un flusso sonoro penetrante. Impagabile.

Riprendersi da un concerto come quello dei Prodigy non è facile. Tutto, dopo, può sembrare debole. A sfatare subito quanto detto, invece, ci sono le due band di chiusura. Da una parte i Ting Tings (voto: 8), più in forma che mai. Il duo inglese oramai gira i palchi da qualche anno. Katie White è una catalizzatrice d'attenzione affermata. Ogni suo movimento è guardato ed amato dalla platea. Non da meno è De Martino, che si permette pure una sorta di mash-up tra varie canzoni (compresa la sigla di 'Ghostbusters') giocando con una tastiera con loop station. Ottima anche l'impressione sui nuovi brani, rodati sull'esaltato pubblico francese. Inutile confermare che i vari singoli sul dancefloor hanno un effetto potentissimo.

L'ultima performance (è vero, ci sarebbero anche Diplo e i Crookers in contemporanea) è affidata ai casalinghi Kap Bambino (voto: 8). Conosciuti da noi per aver attraversato più volte la penisola italiana, il duo francese si esibisce in uno show durissimo. Electro-punk misto hardcore da far tremare le orecchie. Caroline Martial è un animale da palco. Poco dopo l'inizio si aggira scalza per il palco completamente svuotato da ogni strumento. Sale sulla schiena degli uomini della sicurezza e si fa scorrazzare vicino alle transenne fino al suo tanto acclamato stage diving in cui cade in pasto ad un pubblico esaltato e feroce. Un live che ha la fortuna di trovare nel suo orario (le 3 di notte) un'atmosfera incredibile.

Usciamo dal festival rintronati ancora da Caroline e da 'Day 'n' Nite', proposta dai Crookers, ultimi rimasti ad esibirsi. La coda per le navette è infinita e la notte è oramai nel suo pieno splendore.


4-7-2009
Eurockéennes Festival @ Belfort (Francia) - Giorno 2


Decidere di passare la notte (ma poi praticamente la mattina) in macchina, in una delle tante pianure dell’est Francia, esposti al sole e con migliaia di altri sventurati compagni di avventura, porta come risultato una stanchezza impareggiabile. Il festival, per il suo secondo giorno, ha in serbo qualche bella perla.

Iniziamo con il folk rock di Sophie Hunger (voto: 7), cantautrice svizzera. Il suo repertorio è molto classico, a volte un po’ troppo rigido. Quando, invece, si lascia andare, i brani trovano uno sviluppo molto nervoso che riesce a strappare una personalità di Sophie tenuta per la maggior parte del tempo all’oscuro.

Per gli Answer (voto: 4) non spendiamo troppo tempo. E’ rock. Ma quello di più di trent’anni fa. Fatto come quello di più di trent’anni fa. Anzi, fatto peggio. Non c’è originalità e non ci sono tentativi di rendere fresco un genere che suona da decenni. Si passa dai tre accordi, a dell’hard rock scontato. Una band inutile in questi anni.

Sorpresa piacevole è, invece, il trio svedese Peter, Bjorn & John (voto: 8), interpreti di un pop rock dalle varie chiavi sperimentali. Conosciuti ed esplosi con il singolo 'Young Folks', alle spalle hanno però una carriera decennale. E lo si nota particolarmente dal modo in cui Peter si agita sul palco e davanti alla platea, catturata dalle sue buffe movenze colorate dall’azzurro acceso del suo vestito. Una prova decisamente valida, con alcuni brani capaci di stupire soprattutto nella sezione ritmica di John e che, a volte, intraprendono paradossalmente strade al limite del country-rock.

Snobbiamo il sempre noiosissimo Tricky (voto: 5), che non scende dal palco neanche dopo l’ora e mezza attribuitogli, per tentare di scoprire il valore di La Roux (voto: 6). Ammettiamo che una certa confusione si crea nel capire che La Roux non è lei, Elly, la rossa cantante, ma un duo, anche se sul palco si presentano in quattro. E ammettiamo una certa confusione del pubblico nel capire che il duo non è francese, ma totalmente british. A parte ciò, il concerto dei La Roux non è niente di che. Ma davvero niente di che. Elly Jackson non ha personalità e l’electropop made in '80s della band si perde in un’ora di cover di un tempo passato. Elly passa metà dello show dando le spalle al pubblico e lei, come la band, sembrano usciti per direttissima da una qualche copertina di 'Dazed & Confused'. Il live è però pulitissimo, nessuna sbavatura. Quasi una innaturale ri-rappresentazione del disco. Musica senz’anima.

Mezz’ora prima del concerto di Doherty, decidiamo di sdraiarci vicino al palco a riprendere le forze. Tempo di sedersi e sul palco spunta proprio Peter, che inizia a lanciare birre al pubblico. Svuotata un’intera cassa frigo, scompare nuovamente dietro le quinte. Poco dopo è tempo del vero show di Peter Doherty (voto: 8), che si presenta solo con la propria chitarra (come a Milano tempo fa), il solito cappello e si mette a suonare. Suona tanto e di tutto. Si passa dai brani dei Libertines ('Time For Heroes', 'Can’t Stand Me Now' e molte altre), a quelli dei Babyshambles ('Delivery', 'Albion', ma non 'Fuck Forever'), alle cover ('Waterfalls' degli Stone Roses e 'Billie Jean' di Micheal Jackson), ai nuovi brani del suo disco solista. Ma Doherty risulta tutt’altro che il fiacco leader strafatto degli anni passati. Sa come suonare, sa cosa cantare, sa fare ciò che deve fare. Il suo forte carisma da idolo adolescenziale riesce a funzionare e mostra Peter in una veste che sembra calzargli a pennello, un cantautore moderno capace di creare inni giovanili. Il live si conclude con un duetto con Tricky facilmente evitabile: basta dire che Tricky non sa le parole della canzone e che, quindi, non canta praticamente mai.

Per continuare sulla strada di un festival altamente hip-hop, l’headliner di questa sera è Kanye West (voto: 9). E Kanye si dimostra un vero headliner. Un leader. Metà delle produzioni sono suonate, metà computerizzate. Kanye canta e rappa aiutato da vari coristi, agitandosi sull’enorme palco a sua disposizione. Interessante la decisione di strutturare la scaletta con un inizio composto da un medley dei suoi primi singoli di successo 'Through The Wire', 'All Falls Down', 'Homecoming', per poi lasciare gran spazio ai nuovi brani più elettronici come 'Love Lockdown' e gli altri singoli del suo ultimo lavoro. Intermezzi dalla forte carica come 'Jesus Walks' registrano una profonda tensione emozionale. Kanye sul palco padroneggia, fino ad un quasi delirio di onnipotenza quando, on stage, salgono cinque ballerine seminude e dorate che si dispongono immobili come un altare in suo onore. Una performance che conferma Kanye West come artista a tutto tondo. Uno dei pochi casi in cui un rapper riesce a scardinare la gabbia che si è auto-imposto e riesce a girare liberamente nel mondo della musica. La conclusione ne è manifesto: 'Stronger'.

Da un finale elettronico ad un set elettronico. Ecco il nuovo pupillo del french touch: Yuksek (voto: 8). Attorno a lui sono disposti computer, sintetizzatori, vocoder, mixer. Il set si compone a metà tra suonato e registrato. Il live è una forza elettronica che fa saltare tutti i presenti, fino ai più stanchi, come noi. Non c’è molta novità, anzi, molto si è già sentito in dieci anni di scuola francese, ma fa piacere l’alta qualità delle produzioni e la capacità di far ballare.

Ultimi ad interessarci sono i Friendly Fires (voto: 8). In Italia sono usciti con una hit da dancefloor come 'Skeleton Boy', in Inghilterra si son già fatti strada e in Francia sono famosi per la loro 'Paris' con le Au Revoir Simone. Il live è divertente, allegro, ritmato. Le sezione di batteria e percussioni aggiunte contemplano sia il mondo della classe dritta, sia quello dei ritmi tribali. La chitarra è tagliente e fa capolino con sferzate nervose e inusuali. La massima espressione della band, però, si registra nell’esplosione dei ritornelli in cui si viene a creare un’atmosfera unica, onirica. Sfortuna vuole che la chitarra negli ultimi due brani smetta di vivere. Ciò costringe il chitarrista a munirsi di maracas e di gettarsi sul pubblico in delirio. E il nostro Eurockeennes finisce qui.

Il terzo giorno vede in cartellone Mos Def, Slipknot, Phoenix e poco altro, ma oramai noi abbiamo deciso di rientrare in Italia e lasciarci dietro queste pianure francesi costellate da case minuscole.

In conclusione, un festival che per noi, non-francesi, è difficile da percepire come uno vero e proprio: quest’aria da sagra di paese permane per tutti i giorni. Ma, non facendo caso a ciò e all’eccessiva vitalità del pubblico, è un festival che può regalare ottimi live, soprattutto grazie a orari molto ben delineati e ad un’alta qualità della line-up generale.


Mattia Barro