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sabato 22 agosto 2009

REPORTAGE MUSICALE - Primavera Sound Festival, Barcellona (Spain)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

28-5-2009
Primavera Sound Festival @ Barcellona (Spagna) - Giorno 1

Barcellona è la città dove ogni ragazzo si vorrebbe trasferire. Sole, mare, gente positiva e molto aperta, birre a basso costo, divertimento ovunque e sempre. Una città viva che può permettersi, durante l'estate, un numero elevato di festival con generose line-up. E per questo si inizia già a maggio con il Primavera Sound Festival. Il Primavera è collocato sulle spiagge mediterranee, è formato da 5 palchi (con sfondo marino) e dura tre giorni. La birra costa tra i 2 e i 4 euro, il perimetro è immenso e c'è sempre il sole (almeno quest'anno), anche se la temperatura non diventa mai ossessiva.

La prima band che riusciamo ad ascoltare sono i Women (voto:6), di cui, da qualche tempo, si vocifera parecchio. Le trame dei loro brani sono rarefatte e spesso è lo shoegaze a padroneggiare sul palco Pitchfork. Vi è un certo distacco tra la band e il pubblico, causata soprattutto da una mancanza di personalità da parte del cantante, spesso troppo distante dal microfono per dar sfogo alla sua timbrica. Il suono dei Women è comunque di ottimo livello, supportati prevalentemente dalle grandi doti del loro batterista. Lontanamente, qualche sonorità potrebbe ricordare i Jesus And The Mary Chain o il loro limitrofo periodo storico.

Ci spostiamo per l'enorme territorio a disposizione del Primavera e ci imbattiamo nei Magik Markers (voto: 4), band che giace sotto l'ala protettrice di Thurston Moore. Dal vivo non capiamo, però, il perché di tale scelta da parte di Moore. Elisa Ambrogio (voce-chitarra) cerca a tutti i costi l'attitudine da menefreghista in una jam session ubriaca e la band si perde nei propri stessi limiti dettati dalla totale anarchia che regna on stage. "E' psicosomatico, è tutto nella tua testa", è ciò che rimbomba dall'amplificazione.

Il Primavera concede anche due piccole zone dove poter schierare alcune band in versione acustica (Ray-Ban Unplugged Stage) o in versione garage (MySpace Stage). La prima performance acustica a cui riusciamo a partecipare è quella dei Veracruz (voto: 7) che, in verità, ci lascia perplessi in quanto, sul programma principale, erano segnalati i Phoenix. Rammaricandoci per la scoperta che il programma era stato cambiato (senza avvertimenti di nessun genere per il pubblico), ci possiamo godere due brani in versione unplugged dei Veracruz, nei quali scaturisce tutto lo spirito gitano del gruppo. Il minuscolo tendone che li ospita è per la maggior parte occupato dai vari membri che regalano un suono nomade e popolare ai molti radunatosi li intorno.

Finalmente si arriva alla prima serata. E finalmente entrano in gioco i mostri sacri che, quest'anno, saranno il leit-motiv dell'edizione del festival. Sul palco principale (Estrella Damm) si presentano gli Yo La Tengo (voto: 7). Il loro tour è in supporto alla loro ultima fatica, 'Popular Songs', che uscirà tra qualche settimana. L'enorme discografia della band rende inutile l'elencare i brani in modo razionale. Gli Yo La Tengo concedono un'ora abbondante di pop songs mescolate a lunghe suite psicalediche che incantano e rapiscono la platea. Nervosismi musicali si alternano a melodie efficaci e dirette.

Ma c'è qualcosa che sembra tenere unito il filone logico del primo giorno di festival: la distruzione di una predefinita forma canzone. A dimostrazione di tale tesi, salgono sul palco (e il che è fondamentalmente una novità) i Lightning Bolt (voto: 9). Basta qualche minuto per capire di essere venuti a contatto con una delle realtà contemporanee più pazze, psicopatiche e geniali. Basso e batteria in un totale degenero sonoro difficilmente descrivibile. Brian Chippendale (batteria, urla e maschera) è un musicista incredibile. Basterebbe vedere le sue braccia che, senza tregua, colpiscono ogni tamburo possibile per capire il suo potenziale dietro alla gran cassa, ma ascoltando le sue frenetiche progressioni si percepisce di essere di fronte ad uno dei maggiori talenti moderni. Non da meno è il bassista Brian Gibson che tra effettistica e accordatura (da studiare la composizione delle corde del suo basso) dimostra di completare un duo dal potenziale sonoro unico. Forse una delle migliori performance dell'intero festival.

Altrettanto geniale, ma di genere musicale opposto è Andrew Bird (voto: 10), cantautore e polistrumentista americano. Andrew sul palco è solo. Porta con sé il suo violino, un glockenspiel, una chitarra, due microfoni e poco altro. L'oggetto più importante della sua strumentazione è però una loop station. Andrew suona tutto looppando in presa diretta. Lo si vede armeggiare con il violino in posizione classica per poi suonarlo come una chitarra, poi al microfono a registrare battiti di mani e fischiettii per poi aprire il suono con la chitarra e la sua straordinaria potenza canora. I brani trovano un'armonia incredibile e lasciano sospesa nell'aria l'anima di fronte a tale gioia sonora. Uno spettacolo magnifico. Sia visivo che uditivo. Anche qui la forma canzone viene meno, a favore di un ripetersi meccanico dei loops che, qua, trovano un'incredibile valenza umana. La musica dà vita alle macchine e ai meccanismi. Tutto diventa natura.

Non c'è tempo di riprendersi dal panteismo sonoro di Andrew Bird che già bisogna correre per le rive del mediterraneo per giungere al cospetto dei Phoenix, oramai in via di conclusione. Dopo il loro ultimo lavoro erano certamente una gruppo da vedere. Ma essendo presenti un po' ovunque st'estate, gli abbiamo preferito un poeta come Bird. Riusciamo però a goderci le ultime due canzoni 'If I Ever Feel Better' e 'Rome'. Il concerto sembra essere stato di grande impatto poiché, al nostro arrivo, troviamo Thomas Mars abbracciato dalla prima fila del pubblico che intona con lui le strofe delle canzoni della band di Versailles.

Questa toccata e fuga ci dà la scossa giusto per entrare in contatto con i veri mostri sacri della giornata, i My Bloody Valentine (voto: 8). C'è nuovo materiale da offrire in pasto agli ascoltatori e quindi ecco spiegato il perchè del nuovo tuor dei MBV (che segue quello della scorsa estate). La potenza e la completezza sonora della band sono ormai famose e assicurate. L'unica pecca è la scarsa valorizzazione causata dall'amplificazione del palco centrale che non risulta all'altezza (che condizionerà la maggior parte dei 'big'). Ma i My Bloody Valentine superano l'imprevisto, creando trame di rara (a)simmetria sonora, tra chitarre e synth, immerse in gigantesche suite shoegaze che formano un impenetrabile ed invalicabile muro del suono.

Percorriamo per tutta la sua lunghezza lo spazio del festival e arriviamo al live degli Horrors (voto: 7). Il nuovo disco ha segnato un'impronta fondamentale per il garage-punk di questi inglesi. Appena giungiamo sotto il palco, troviamo il cantante Faris Badwan che, più che pensare a cantare, è intento a litigare platealmente con il malcapitato fonico che, a parere del cantante, non riesce a modellare bene il suono della sua voce. Per attirare costantemente la sua attenzione, Badwan rivolge più volte il microfono alle casse spie, distruggendo con dei fischi clamorosi le orecchie dello sfortunato fonico con il quale il cantante viene quasi alle mani, prima di un'infinità di gesti di stizza da parte di entrambi. Superata la questione, che occupa la mente di Badwan per metà concerto, gli Horrors procedono con molti spunti interessanti ed un ottima presa sul pubblico. L'apice lo si tocca con 'Sheena Is A Parasite', manifesto di una loro certa visione di vita. Riuscissero, anche dal vivo, a superare i propri cliches, raggiungerebbero un'importante zona di rilievo nella scena musicale.

Prima e dopo gli Horrors, riusciamo però a gustarci anche un po' del dj set di Aphex Twin (voto: 7). La sua elettronica è come sempre marchiata da suoni inconfondibili. Si miscela la deep con l'electro e la d'n'b, con spunti di musica classica qua e là. Il set, per un festival, risulta forse troppo pesante, troppo torbido in alcune situazioni, anche se, tecnicamente, Aphex è impeccabile.

Arriviamo quindi, con le orecchie invase da suoni di ogni sorta, agli show conclusivi del primo giorno. Allo stage Ray-Ban (quello ufficiale) si esibiscono le scatenate Ebony Bones (voto: 6) che, già dal loro abbigliamento, mostrano una totale attitudine funny al loro show. Una sorta di CSS più dance. Ci sono balletti studiati appositamente per far muovere la folla, ritmi tribali e funky. A rovinare lo show una inspiegabile 'Seven Nation Army' eseguita in chiave tribale come bis conclusivo.

La notte di Barcellona è più fredda di quanto uno si aspetti. Bisogna indossare felpe o giacche leggere per rimanere in temperatura. O aumentare i dosaggi alcolici. Preferiamo la prima scelta (almeno questa volta), sperando di essere scaldati dal live di Squarepusher (voto: 4) (al Rockdelux). Ma bastano pochi momenti per farci rimpiangere tale scelta. Thomas Jenkison (accompagnato in questo caso da un batterista) porta on stage un set difficilissimo. Drum'n'bass acidissima, suoni scarsamente assimilabili e ritmi forsennati. Il pubblico fatica a trovare e a reggere un ritmo di tale portata e il risultato ne è una completa delusione, sospesa tra un'elettronica che nel suo tentativo di divenire nuova, finisce per rimanere sola.

Rimane qualche dj set di dubbio valore, il sole sembra voler iniziare a sorgere ed è quindi il momento di dire stop, almeno per il primo approccio al festival.


29-5-2009
Primavera Sound Festival @ Barcellona (Spagna) - Giorno 2

Le sbornie post vittoria calcistica nella Champions League (che avevano esaltato Barcellona la notte prima dell'inizio del festival) pian piano scemano. Anche gli spagnoli iniziano ad avere le forze per partecipare all'evento e il pubblico del secondo giorno del Primavera Sound aumenta vertiginosamente.

I live interessanti quest'oggi iniziano presto. Sono le sette e in alto c'è ancora un bel sole quando Natasha Khan e la sua band iniziano il loro live sul palco centrale. Bat For Lashes (voto: 8) è forse il nome che più si sta facendo spazio nei nuovi talenti emergenti e l'attesa per la sua performance è davvero alta. Natasha dimostra subito che ogni buon giudizio conferitole è più che meritato. Lo show è importante, la band riesce a ricreare le atmosfere fiabesche ed elettroniche dei due dischi. La voce di Natasha cattura la folla e la ammalia come poche altre ugole. Il concerto è emozionante e probabilmente sarebbe stato magnifico in orari successivi, in piena notte. Manca solo la luna alla performance dei Bat for Lashes.

Ci spostiamo di palco per raggiungere gli Spiritualized (voto: 7). La band di Jason Pierce si propone visivamente in un semicerchio dove ogni strumento (compreso le coriste) può trovare un ruolo da protagonista senza subire ombre. L'apice di 'Soul On Fire' innalza il livello di un live positivo e piacevole, che i più preferiscono ascoltare seduti, lasciandosi trasportare dalle melodie della band.

Ancora main stage e cambio vorticoso di registro. Arrivano gli Art Brut (voto: 8). Smagliante forma per la band londinese che crea subito una forte presa sulla gente. La voce di Eddie Argos (oggi più tranquillo e logorroico del solito) è, sfortunatamente, mal equalizzata e spesso, nei momenti di maggior tiro dei brani, viene sovrastata dai riff taglienti ed ammiccanti delle due chitarre. Divertente la spiegazione di 'Modern Art', con Eddie che simula la sua faticosa scalata nel museo di arte moderna di Amsterdam e l'introduzione del nuovo singolo della band 'Alcoholics Unanimous', nella quale Argos spiega di aver smesso di bere, naturalmente sorseggiando vino rosso. Da citare ancora gli eterni siparietti tra i chitarristi Jasper Future e Ian Catskilkin che spesso riescono, addirittura, a rubare la scena a Eddie. Gli Art Brut dimostrano, per chi ancora avesse dubbi, di essere puri animali da palco. E' un piacere vederli ciclicamente sui quelli d'Europa.

Sfortuna vuole che di Sunn O))) (s.v.) riusciamo a sentire solo i minuti finali, minuti nei quali un muro di droni riempiono l'aria. Incappucciati e immersi nel fumo, ci conducono ad una realtà apparentemente malvagia e macabra.

Da citare anche i Crystal Antlers (s.v.) che, da lontano, (tempo che arriviamo al loro palco, il concerto si conclude) appaiono un gruppo da tenere in forte considerazione.

Ci si sposta al palco centrale per assistere al live del paladino del pop inglese, mister Jarvis Cocker (voto: 8). Il fascino di Jarvis è conosciuto e risaputo. La presa sul pubblico è figlia di una carriera importante. Il nuovo disco di Cocker suona davvero bene e i brani scelti hanno un ottimo riscontro. Jarvis, a tratti indemoniato, si esibisce in balli di ogni sorta, scatenandosi su e giù per il palco. Nuovi e vecchi brani si mischiano e a tratti ci si emoziona in ballate pop tipicamente inglesi o in schitarrate da pop-rock anglosassone. Si conclude con 'You're In My Eyes' che, come inserito a parentesi a seguito del titolo, è una 'discosong'.

I Saint Etienne (voto: 6) propongono la loro lunga carriera dance pop (oramai ventennale) con un live allegro, ma, per i non amanti, davvero difficile da reggere nel complesso.

Pareri discordanti invece sugli Shellac (voto: 5). C'è chi li osanna e chi, al contrario, ne rimane di idea opposta. Noi ci appostiamo sulla seconda. Gli Shellac sembrano una band piena di idee con difficoltà nell'applicarle. Più o meno lo stesso problema che ha una giovane band nella propria sala prove (sebbene gli Shellac siano tutt'altro che alle prime armi).

Conclusione della serata sul palco principale è affidata ai Bloc Party (voto: 7). Kele si presenta con shorts di jeans, camicia folk H&M e cappello trucker. A differenza della maggior parte delle esibizioni dei quattro inglesi, Kele e compagni mostrano un attitudine più funny e umana sul palco. Non sono più la statica band meccanica di inizio carriera, ma, anzi, questa volta, sono circondati da un mood molto tranquillo e divertito. Da qui deriva anche qualche errore (Kele non usa perfettamente la loop station in 'Mercury' perdendo il tiro del brano). Si capisce, ascoltando l'intero concerto, che i brani dell'ultimo disco non riescono ad avere, nella versione live, il tiro dance che dovrebbero. Anche il pubblico pare di questo parere, e naturalmente le maggiori ovazioni le si ritrovano nei brani di inizio carriera.

Provati da un correre continuo tra i cinque palchi, decidiamo di rientrare per risparmiare le energie per l'ultimo lunghissimo giorno di festival.


30-5-2009
Primavera Sound Festival @ Barcellona (Spagna) - Giorno 3

Terzo e ultimo giorno del Primavera Sound. Il sole è ancora caldo e la stanchezza inizia ad accumularsi. E' sabato pomeriggio e la notte è ancora lontana dall'essere vissuta. Ci presentiamo al parco del forum intorno alle 20, giusto il tempo di vedere la conclusione di un mine live dei Black Lips (s.v.) al palco gestito da MySpace. Un paio di riff decisi, un buon ritmo ed è già tempo di dirigersi al live dei Plants & Animals (s.v.), anch'essi in dirittura d'arrivo.

Il primo show segnato sui nostri taccuini è quello degli Herman Dune (voto: 8). La band francese, oramai forte di una sicura e valida discografia, concede il proprio sound dando le spalle al magnifico panorama visivo del mare di Barcellona. Il folk dei due fratelli Ivar diverte e compiace il pubblico presente. Il clima è sereno e sembra disegnato appositamente per il loro live.

Si rimane sulla scia del folk, tornando proprio alle radici di tale genere, con uno dei suoi massimi esponenti, Neil Young (voto: 8). La cornice di pubblico è magnifica. Tutti i presenti al festival sono radunati sotto il palco principale (non ci sono altri concerti in concomitanza), chi in piedi e chi, invece, seduto sul cemento o sul prato adiacente. Migliaia di volti e vestiti vengono trapassati dalle parole del cantautore canadese. Si passa dai brani più country a quelli più rock con disinvoltura, Neil è pieno di energie quest'oggi. Si muove molto sul palco, indemoniato come un ragazzino di fronte alla sua prima folla immensa. Un'ovazione di pubblico gigantesca per uno dei re della scena musicale mondiale.

Dopo questo immenso bagno di folla, decidiamo di andare a rifocillarci dall'altra parte del forum, incontrando, piacevolmente, gli Oneida (voto: 7). Tra un morso e l'altro possiamo goderci il sound della band newyorkese, il quale spesso ricorda quello dei loro concittadini Battles, limitando la parte elettronica in compenso di una maggiore propensione al rock.

Veloce spostamento di palco ed eccoci al cospetto dei Liars (voto: 8). La band americana ci introduce attraverso le proprie melodie articolate e dissonanti, idee sonore intelligenti e spesso imprevedibili. Con il cielo che si fa buio e le atmosfere sempre più rarefatte, i Liars colpiscono il pubblico che spesso esplode in vere e proprie ovazioni di stima. Ritmi forsennati, ossessività.

Ma la portata principale di questa ultima giornata di festa è però altro. Palco centrale, mezzanotte passata, Sonic Youth (voto: 8). La tournée è di supporto al loro ultimo lavoro, il tanto chiacchierato ritorno all'indipendenza discografica, dopo l'abbandono della major. E siamo di nuovo di fronte ad un monumento. Ad un mito. A qualcosa più grande di noi che difficilmente si può spiegare a parole. I Sonic Youth sono parte integrante della storia della musica. Sono il modello di riferimento di un numero spropositato di band che sono nate e cresciute negli ultimi vent'anni. Sono il noise, il punk-rock, le musicassette. Sono il significato della parola indie, ora più che mai. E a noi non ci resta che rimanere a farsi travolgere dalla storia.

La notte inizia a farsi spazio con più prepotenza, le band vengono quasi tutte congedate a favore dei dj set. Si inizia con i Simian Mobile Disco (voto: 7) che miscelano un'elettronica di buon gusto alle loro produzioni, oramai conosciute ovunque. Risuona l'oramai classico 'It's The Beat', ad esempio.

L'ultima band che riusciamo a seguire sono i Black Lips (voto: 7), i quali si esibiscono alle 3 sul palco Rayban. Avevamo già avuto il piacere di vedere la loro grinta e la loro attitudine sul palco al FIB dell'anno scorso. Questa è l'ennesima dimostrazione di valore dei cattivi ragazzi americani. Un concerto tirato che riesce a smuovere le ultime forze del pubblico oramai stremato da stanchezza e alcool.

La conclusione del festival e affidato ai dj set di A-Trak e DJ Mehdi, che dalle 4 del mattino fino all'alba propongono il loro misto di french touch e ghetto house, consumando definitivamente le Converse della maggior parte dei presenti.

L'alba fa capolino al di sopra del mare, gli occhiali dalle borse ritornano sopra il naso e la security ci invita ad uscire. Si capisce che è la fine. Con in sol sopra ad allungare le nostre ombre.

Mattia Barro

lunedì 30 marzo 2009

RECENSIONE DISCO - The Music Lovers - Masculine Feminine

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

Music Lovers:
Masculine Feminine

ANNO: 2008
ETICHETTA: Sleeping Star

"Se si decidesse di usarlo come sottofondo per una cena romantica con l'amore della propria vita, sarebbe l'ideale"

VOTO: 7

GENERE: elegant-pop, since 2003 (come recita il loro sito web).

PROTAGONISTI: questi 'Amanti della Musica' sono una band di sei elementi provenienti da San Francisco. I componenti: Matthew Edwards (voce), Jon Brooder (basso), Bryan Cain (chitarra), Kate Weeks (tastiere e viola), Ping Chu (batteria), Isaac Bonnell (piano).

SEGNI PARTICOLARI: terzo album su Le Grand Magistery (in Italia esce per Sleeping Star) dopo 'The Words We Say Before You Sleep' e 'The Music Lovers Guide For Young People'.

INGREDIENTI: un pop al di fuori della comune denominazione. La band di San Francisco non ripropone la solita formula, ma cerca di articolarsi in un percorso più ricercato, più alto. A dar man forte alla splendida voce di Edwards, ci pensano arrangiamenti jazz, swing, soul, i quali impreziosiscono il suono in svariate occasioni.

DENSITA' DI QUALITA': non c'è che dire, dentro questo album c'è una ventata di 'intelligenza' enorme. Che però risulta essere sia il punto forte che il punto debole del lavoro in questione. 'Masculine Feminine' non è un disco d'impatto, da primo ascolto. Per esemplificare, se si decidesse di usarlo come sottofondo per una cena romantica con l'amore della propria vita, sarebbe l'ideale. Ma se lo si volesse utilizzare come sottofondo per una cena romantica durante la prima uscita con una ragazza, si potrebbe passare per noiosi e intellettualoidi. L'iniziale 'Blackout' è un ottimo esempio di Music Lovers: pop ricercato arricchito da echi di jazz e swing. Subentra a sprazzi un'anima più sbarazzina, come in 'Saturday' o 'A Word From Your Faschion Editor', a contrapporsi ad episodi di gran liricismo come 'Autumn Royal' (la sezione d'archi è grandiosa) e al puro sentimento di 'The Wherewithal'. Ad arricchire tutte le composizioni è la voce di Matthew Edwards, profonda ed aristocratica. Un barocchismo indispensabile per mantenere tensione durante l'intero svolgimento del disco. Per chi ama la musica. E vuole sentirla e scoprirla ascolto dopo ascolto.

VELOCITA': camminare in un riservato salotto altolocato.

IL SITO: 'Myspace.com/themusiclovers'; 'Themusiclovers.net'.

Mattia Barro

RECENSIONE - Dente (Magnolia, 3-3-09)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

3-3-2009
Dente @ Magnolia, Segrate (MI)
Sarà che è martedì sera, sarà che pioviggina, sarà che non c'è il mare a Milano. Probabili ragioni per spiegare la freddezza iniziale del pubblico milanese che subito si scontra con lo spiccato umorismo e la vivacità attitudinale di Dente. Accompagnato da tastiera, basso e batteria, il cantautore italiano, finalmente alla sua consacrazione su larga scala, presenta il suo nuovo disco con un lungo live diviso in tre parti.

Si inizia con un trittico tratto dall'ultimo lavoro, con 'A Me Piace Lei', 'Incubo' e 'Buon Appetito', ma Dente non si dimentica dei precedenti lavori, anzi, ne ripesca i suoi massimi esponenti come 'Canzone Di Non Amore', 'Baby Building', '28 Agosto' e molte altre.

C'è sempre grande intensità nei brani proposti e il pubblico, pian piano, si lascia rapire dal cantautorato dolce e raffinato del nostro Giuseppe Peveri. Sono tutte esecuzioni di alto livello, intramezzate da simpatici siparietti (auto)ironici di Dente che riesce pienamente a conquistarsi una folla che pareva, addirittura, scettica nei suoi confronti. Spesso è lo stesso cantautore, però, a dover rimbrottare i disattenti (a dir poco) fonici, persi "a farsi le canne" invece di aggiustare la voce del tastierista che sparisce a tratti e che non pare venga notata dagli addetti ai lavori a fondo sala.

Dopo una lunga scaletta (che si conclude con la cover di 'Verde' dei Diaframma), congedandosi con la frase "Vado. Vado a fare pipì", il cantautore di Milano ritorna sul palco poco dopo in solitario (e con aureola in testa) per una ricca proposta di canzoni voce-chitarra. I brani storici sembrano quelli più amati ed aspettati dal pubblico che, quando può, si lascia andare ad un canto leggero di supporto.

Recuperata la band, c'è ancora un ultimo spazio dedicato ad altre canzoni di non amore prima della definitiva conclusione che, però, viene ancora rimandata da Dente, affamato di palco, che torna per i "bisses". Si riparte con 'Parlando Di Lei A Te', in cui c'è un intenso duetto tra pianoforti, per concludersi, stavolta definitivamente, con 'Beato Me' (tratto dalla fresca compilation 'Il Paese è Reale').

Seguendo le buone impressioni ottenute con The Niro e Vasco Brondi, Dente mantiene alto il percorso cantautorale intrapreso dai giovani talenti italiani in quest'ultimo periodo. Portando sul palco ironia (è straordinario l'atteggiamento che mantiene con il pubblico) e una lunga (quasi un'ora e mezza) e alta e straordinaria qualità musicale, un concerto di Dente si rivela la semplice formula della felicità.

Mattia Barro

INTERVISTA - Handsome Furs

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

Interview: Handsome Furs
Arriviamo alla Casa 139 e Dan e Alexei, marito e moglie uniti musicalmente nel nome di Handsome Furs, sono alle prese con un set fotografico. I due canadesi sembrano cool rockstar da cui sarà difficile estrapolare qualcosa. Ma dopo alcuni scatti svelano la loro anima divertente e socievole. Cambiando completamente l'idea che ci eravamo fatti ad un approccio puramente visivo, ci sediamo con loro per una deliziosa chiaccherata.

Indie-Rock.it - Siete un duo e siete marito e moglie. Quando vi siete conosciuti e avete iniziato a vivere ed a lavorare insieme?

Dan - Ci siamo conosciuti circa 5 anni fa.

Alexei - Lavoravamo in uno stesso call center a Montreal.

Dan - Entrambi avevamo una relazione in corso e una forte attrazione reciproca. Continuare a vederci ogni giorno ci faceva impazzire. Così abbiamo lasciato quel lavoro e, praticamente, per due anni non ci siamo più visti. Ci siamo poi incontrati nuovamente 3 anni dopo a Vancouver, dopo un concerto coi Wolf Parade. Avevamo chiuso con le nostre passate relazioni e allora abbiamo iniziato a vederci. Siamo andati a vivere insieme in un appartamento minuscolo, abbiamo formato gli Handsome Furs e siamo andati in tour, principalmente nel nord Europa.

Alexei - Il nostro primo live è stato ad Oslo.

Che differenza riscontrate tra la vostra relazione sentimentale e quella lavorativa?

Dan - Non so quale sia la differenza...

Alexei - Come facciamo sesso a letto, lo facciamo anche sul palco!

Dan - Di certo è molto differente dal suonare con una band. Non ci sono quel genere di tensioni. La musica è gran parte della nostra vita, del nostro rapporto. Di sicuro ci sono molte differenze, ma per come la viviamo ora, non saprei elencartele.

Potreste essere comparati ad un'altra famosa coppia di Montreal, il nucleo fondante degli Arcade Fire...

Alexei - Sì sì, oltretutto Dan ha suonato il basso negli Arcade Fire.

Dan - Sì, ero un loro membro agli esordi. Arlen (Wolf Parade) ha suonato la batteria in un loro brano ('Wake Up'), mentre io sono uscito dalla band prima delle registrazioni del disco. Proprio in quel periodo stavamo formando i Wolf Parade e, sia io che Arlan, abbiamo deciso di concentrarci solo su quello.

Rimaniamo ancora sui Wolf Parade. Dan, come cambia il tuo approccio nel suonare con la tua band invece che con Alexei?

Alexei - Non fa sesso sul palco!

Dan - E' completamento diverso, è proprio un altro mondo. Con la band, il nostro flusso creativo lo troviamo jammando in studio per un lungo periodo. Di solito ci troviamo io, Spencer e Arlan. E' un processo totalmente diverso rispetto a quello che accade negli Handsome. Convivendo con Alexei, quando un'idea nasce, la buttiamo sulla drum machine velocemente.

Alexei - Possiamo lavorarci poi su la notte, o la mattina. Fermarci per cena e riprendere rapidamente.

A tal proposito avevamo preparato una domanda, fate musica prevalentemente a casa o in studio?

Dan - Entrambi.

Alexei - Ora stiamo principalmente lavorando in studio dove cerchiamo di perfezionare ed arricchire la traccia o l'idea che è nata precedentemente a casa.

Dan - In studio, potendo lavorare in zone separate, riusciamo a chiarire meglio la direzione che sta prendendo il brano. Oltretutto è davvero vicino a casa, quindi ci andiamo spesso anche se dobbiamo farci una fottuta camminata.

Alexei, tu sei una scrittrice. Puoi parlarci di questa tua carriera?

Alexei - Scrivo storie brevi, dialoghi, cose così. Molti sono stati pubblicati per riviste o siti internet.

Chi scrive i testi delle vostre canzoni?

A: entrambi.

E quali sono le maggiori difficoltà che hai trovato nel passare da scrivere questo genere di cose a scrivere liriche per canzone?

Alexei - Scrivere le liriche è stata davvero una grande sfida per me. E lo è ancora. E' totalmente differente. Ciò che scrivo normalmente è più articolato, posso dilungarmi e perdermi di più su qualche questione o qualche particolare.

Dan - Personalmente, credo che la sfida più grande per Alexei sia rendere poetica la canzone. Il 90% delle canzoni rock ha questo problema. Ciò che scrivi su carta spesso sembra perfetto, ma la difficoltà sta nella capacità di trasportare quelle sensazioni all'interno della canzone e unirle al mood musicale. Non è solo il testo che ha importanza, ma soprattutto il modo in cui lo canti. E anche se a volte le liriche appaiono semplici, cambiando la maniera di interpretarle vocalmente, cambia il loro significato.

Alexei - L'obiettivo è scrivere qualcosa di pulito ed immediato che arrivi.

Qual'è la principale ragione che vi spinge a fare musica?

Dan - Non potrei fare nient'altro. Credo che questo valga anche per Alexei. Ho provato a fare lo chef andando in delle scuole professionali apposite. Ma quando la musica arriva, ti distrugge tutte le carriere intelligenti che avresti potuto percorrere. Avevo una carriera da chef, ma l'ho buttata via per andare in tour.

La musica è strutturata su più livelli. Una parte ritmica, una melodica e così dicendo. La loro somma forma il suono. Quale è la vostra relazione con il 'suono'?

Alexei - Per me dipende dalla singola canzone che stiamo producendo. A volte cerchi di creare una determinata atmosfera e ti concentri su quello, altre volte vuoi soltanto musicare il rumore.

Dan - Io prediligo la semplice melodia. Una buona struttura, con una melodia diretta e rumore nel background. Per questo apprezzo i Sonic Youth o altre robe del genere. E' il suono con cui sono cresciuto. Quella musica che spesso si avvicina al confine della non-musica.

Quali sentimenti avevate durante la lavorazione del primo disco e quali avete inserito in quest'ultimo?

Alexei - Il primo album è nato dal nulla, senza aver avuto esperienza live insieme. Questo, invece, cresce con alle spalle una lunga militanza sui palchi che l'ha portato ad adattarsi e a vestirsi di un'anima più rock, più veloce, più groovy.

Dan - Il primo è nato rapidamente. Mentre i brani di quest'ultimo li abbiamo provati in tournée. Erano molto più rumorosi in principio, poi ci hanno rubato la drum machine e abbiamo dovuto riprogrammare tutto su di un'altra. Durante questo procedimento abbiamo accelerato le tracce. Finito il tour avevamo abbastanza materiale per completare 'Face Control', il quale è un lavoro più focalizzato, al contrario di 'Plague Park' che è nato in una vena più istintiva. Amo quel disco ma ora non ci rappresenta più completamente, siamo cambiati. Abbiamo viaggiato molto.

Il vostro continuo viaggiare come influenza la vostra musica?

Alexei - Molto. Un album come 'Face Control' dipende gran parte dai nostri viaggi e dai nostri spostamenti. L'incontrarsi con popoli di culture storicamente diverse. E' cambiato il modo di scrivere e di approcciarsi alla musica. Le idee venivano a crearsi rapidamente viaggiando, in studio le abbiamo semplicemente sviluppate e concluse.

Dan - Abbiamo fatto foto dei vari posti che abbiamo visitato e in studio, riguardandole, cercavamo di recuperare quelle sensazioni...

Alexei - Ad esempio, suonare provando a sognare Mosca. Con ciò che ci aveva trasmesso.

I nomi dei vostri dischi derivano da episodi o posti reali. Potete raccontarci le storie che si celano dietro ad essi?

Dan - 'Face Control' è una sorta di dress-code, un'usanza russa. Club e ristoranti russi hanno sulla porta questi enormi uomini che ti guardano, ti squadrano e decidono se puoi entrare o no. Anche se hai già pagato soldi per prenotare un tavolo, all'entrata, questa persona può decidere di non farti entrare. Non è un vero e proprio controllo dell'abbigliamento, decidono in base al tuo volto. E' un controllo del volto.

Alexei - 'Plague Park' è una località in Finlandia, nella sua capitale, Helsinki. E' un parco dove sono sepolte centinaia di persone ed è strano vedere quanta vita c'è e quanto è magnifico l'ambiente li intorno. In primavera, addirittura, c'è un enorme festa su questi campi verdi e tutti bevono birra. E' strano percepire tanta vita sopra così tanta morte. A Helsinki è tutto così fantastico, così suggestivo.

Avete un forte legame con la Scandinavia, non avete mai pensato di trasferirvici?

Alexei - Ci andrei subito. Mollerei tutto per andare li, ora. E' Dan che non vuole trasferirsi. Soprattutto per via dei Wolf Parade.

Dan - A me piacerebbe spostarmi a Siracusa. L'Italia è stupenda. Siamo già stati qua qualche volta e l'amiamo. Siamo stati vicino a Siracusa, in vacanza, ed era fantastico come la gente si relazionava con noi. Credo sia un paese incredibile. A partire dalle persone. Sono affascinato da questo forte carattere che avete.

Avete un tour incredibile. Date in tutta l'Europa e per il resto dell'America e del mondo. Che diverse sensazioni ricevete dai vari paesi?

Dan - I ragazzini, soprattutto negli USA, sono entusiasti, ma rimangono a guardarti con il loro cellulare o il loro iPhone, ti filmano e ti riguardano poi su YouTube il giorno dopo. Ti applaudono ma non esprimono quelle emozioni che rivedranno online o scriveranno su qualche blog. Tutto ciò mi disorienta. E' un vivere la realtà senza parteciparci. In Italia, ad esempio ieri a Brescia, invece, parlano, ascoltano, danzano, restano li con il loro bicchiere di birra, fan casino, applaudo, partecipano. E la gente è di qualsiasi età. Non è settoriale.

Alexei - All'est, d'altro canto, ti guardano con profondo interesse. Porti una grossa novità. E per questo, la folla è decisamente più casinara e rapita dallo show.

Dan - In USA ci sono i ragazzi dal college, in Europa c'è una platea più matura.

Alexei - E in Europa si mangia meglio.

Dan - Tranne in Inghilterra. Lì il cibo fa schifo.

A proposito di questi ragazzini iper tecnologici, nel vostro MySpace, nella biografia, c'è una forte critica verso la YouTube generation. Qual'è la vostra opinione a riguardo?

Dan - In paesi come Canada e, specialmente, negli Stati Uniti, internet è diventato un mezzo prevalente nelle comunicazioni personali. Nel sito dei Wolf Parade, dove la gente ci chiede prevalentemente informazioni sui dischi o sul tour, abbiamo dovuto rimuovere parecchi commenti di gente che ci buttava dentro la sua merda personale. Trovo figo, invece, che vengano postati i video dei concerti.

Alexei - L'uso di internet dipende molto da dove ti trovi. In molte zone è usato al fine di scoprire qualcosa di diverso su cui dialogare.

Dan - In Nord America e nell'Europa occidentale è diventato il mezzo prioritario per informarsi e parlarsi. Ne sono critico perché penso sia difficile apprezzare qualcosa in quella marea di informazioni...

Alexei - Che spesso finiscono per essere approssimate e poco accurate.

Una domanda prettamente tecnica, qual'è la vostra strumentazione?

Alexei - Io uso un MicroKorg. E una drum machine di produzione scandinava.

Dan - Io invece una Fender Telecaster prodotta in Messico. Un chitarra di ottimo rapporto qualità/prezzo e che si sposa bene con dei pedali stranissimi che mi porto dietro.

Giusto qualche giorno avevamo una discussione sul valore del MicroKorg. Credete che verrà ricordato come il 'suono' di questi anni?

Dan - Credo sia uno strumento straordinario! Ha la capacità di creare dei suoni pazzeschi. Ha tutte le carte in regola per diventare un modello di riferimento di questo periodo.

Alexei - Ora davvero in molti ne fanno utilizzo. La vera sfida sta nell'usare il MicroKorg in un modo originale in cui nessuno è ancora riuscito.

Siete sotto contratto con la Sub Pop, come gli italiani Jennifer Gentle. Li conoscete?

Dan - Si, li abbiamo visti l'altra sera. Sono fantastici. Ne abbiamo parlato con dei ragazzi di Bologna di come è assurdo che in Italia siano così poco conosciuti ed apprezzati.

Alexei - Sono davvero bravi.

Dan - Sai, anche la Sub Pop non capisce perché non abbiano mercato qui da voi...


Mattia Barro con la collaborazione di Roberto Grosso Sategna

RECENSIONE DISCO - Fever Ray - Fever Ray

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

Fever Ray:
Fever Ray

ANNO: 2009
ETICHETTA: Rabid

"Ansioso e luminoso, piovoso ed innevato"

VOTO: 8

GENERE: electro-pop nordico.

PROTAGONISTI: Karin Dreijer Andersson: conosciuta al di fuori dai confini svedesi per gli ottimi risultati internazionali ottenuti, con suo fratello, nei Knife e per aver collaborato con i norvegesi Royksopp ('What Else Is There?') e i belgi dEUS ('Slow').

SEGNI PARTICOLARI: opera prima, da solista, per la cristallina Karin. Fever Ray arriva dopo il successo di 'Silent Shout', terzo disco in studio per i Knife. Anche l'esordio della Andersson è prodotto da Christoffer Berg, già dietro i comandi nei suoi progetti precedenti.

INGREDIENTI: electro a tratti molto minimalista, con scorci di arcobaleni. Il sole tra le neve appena posatasi su una struttura ritmica cupa.

DENSITA' DI QUALITA': Karin è, nel nostro immaginario, la voce dei ghiacci e delle nevi nordiche. Ha quel timbro inconfondibile che potresti riconoscere ovunque. Anche sotto ogni effetto e distorsione applicatole, la sua glaciale purezza è un dono limpido. 'Fever Ray' è un disco ansioso e luminoso. Piovoso ed innevato. Ad aprire questo suo esordio troviamo il primo singolo estratto, 'If I Had A Heart'. Una cupa trama sonora. Se avessi un cuore potrei amarti. Un dialogo claustrofobico tra una voce profonda e lontana e il pulito canto di Karin. 'When I Grow Up', tra i brani più riusciti, esprime magnificamente il liricismo della cantante svedese che si appoggia come solo lei sa fare su un beat minimalista ed una chitarra ritmica. 'Dry And Dusty' gioca ancora con il dialogo tra voci mentre 'Seven' cerca una via più electro, con un basso a strutturare il brano ed aperture sonore che si diffondono tra le pianure innevate della Svezia. La successiva 'Triangle Walks' si riempie di barocchismi divenendo uno dei lavori musicalmente più 'vivaci' di quest'opera. Al contrario, 'Concrete Walls' è un'altra traccia al piombo, grigia e cadenzata. Le liriche traggono spunto dalla seconda maternità di Karin. La composizione diviene un'anti-ninnanna, proprio come 'If I Had A Heart' può essere considerata, commercialmente, un anti-singolo. 'Now's The Only Time I Know' trova le migliori linee melodiche del disco amalgamandosi con una struttura ricca e aperta. Probabilmente l'apice della produzione Fever Ray che riusciamo a scovare. 'I'm Not Done' è un'altra perla, costruita attorno ad un beat complesso ed armonioso. Ampia e coinvolgente. 'Keep Streets Empty For Me' è, invece, completamente in balia della voce della Andersson: un tappeto sonoro dove Karin si adagia e lascia libero sfogo alle sue ansie e ai suoi desideri. In coda, 'Coconut'; un lento concludersi.

VELOCITA': si viaggia su binari nordici ai 100 bpm con qualche rara accelerata e qualche conseguente rallentamento.

IL TESTO: "I live between concerte walls / In my arms she was so warm / Eyes are open and mouth cries / Haven't slept since since summer", tratto da 'Concrete Walls'.

LA DICHIARAZIONE: da una dichiarazione della stessa Karin: "La metà delle canzoni vertono sul subconscio, sono idee di cose che succedono. Molte di esse riguardano il sognare di giorno, quando si è svegli ma stanchi; e molte delle storie sono realmente accadute nel mondo."

IL SITO: 'Feverray.com'.

Mattia Barro

INTERVISTA - Emidio Clementi (Massimo Volume)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

Fnac, Milano. Tardo pomeriggio. Emidio Clementi (Massimo Volume) finisce il reading composto da estratti del suo nuovo romanzo 'Matilde E I Suoi Tre Padri' e si ferma a salutare e ringraziare la coda di fan ed amici che strepitano dal bisogno di comunicargli qualcosa. Dopo essersi concesso ad ognuno di loro, Mimì mi fa strada fino ad un ufficio dietro la sala del reading. Si gira una sigaretta (la prima di molte) e iniziamo una chiaccherata sulla scrittura e sulla musica.

Indie-Rock.it - La decisione di riformare i Massimo Volume è data dal fatto che credevate di aver qualcosa di nuovo da dire o perché ritenevate che quello che avevate detto era ancora valido e da propagandare?

Emidio Clementi - In realtà è stato veramente un caso. Siamo stati contattati dall'organizzazione del Traffic di Torino per una doppia serata, comporre musica inedita per il film 'La Chute De La Maison Usher' e suonare con Afterhours e Patty Smith. Non potevamo dire di no. Noi l'abbiamo vissuta come un rimpatriata per un occasione speciale. Dopo ognuno di nuovo al proprio lavoro. Poi però rimettersi a suonare e risentire il nostro suono che esce... C'è sembrato attuale e ci siamo chiesti: "Perché no? Perché non rimettersi a suonare e fare un disco nuovo?". Forse però l'idea non sarebbe venuta a nessuno se non ci fosse stata quella chiamata.

State lavorando al disco nuovo. Che tratti avrà questo lavoro, a 6 anni di distanza dal precedente?

A questa domanda non so davvero risponderti. Siamo ancora agli inizi, è prematuro parlarne. Io vorrei salvaguardare la poetica dei Massimo Volume perché è qualcosa che ci appartiene. Naturalmente vogliamo però fare un disco che parli al 2009, non so a quale tipo di pubblico, ma vogliamo che sia attuale. Non possiamo ripartire dal 2002. Ma ciò che sappiamo fare, non voglio perderlo nel tentativo di attualizzarci.

Il vostro modo di fare musica si è comunque propagato nella musica contemporanea. Citiamo Offlaga Disco Pax e, in parte, Vasco Brondi de Le Luci Della Centrale Elettrica su tutti. Avresti mai pensato di riuscire a fare scuola?

No, no, assolutamente. Ne parlavamo anche tra di noi e notavamo che ciò che ci sembrava un limite dei Massimo Volume era che fosse un progetto un po' fine a se stesso, nel senso che era difficile trovare, per noi, vie di fughe da quell'attitudine. Invece così non è stato e ci fa davvero molto piacere che si sia creata, mettendo le virgolette, una scuola. Noi non abbiamo inventato nulla, non siamo stati i primi. Io sono cresciuto, ad esempio, con gli Starfuckers. 'Brodo Di Cagne Strategico' è un disco che mi ha ispirato molto. C'erano molti punti di contatto con ciò che poi avremmo fatto noi. Cito anche i CCCP, anche se la loro poetica l'ho sempre considerata molto differente. Ho apprezzato molto che Max (Collini, Offlaga Disco Pax) e Vasco parlino di questa nostra influenza nella loro musica. Inoltre con loro ho un rapporto d'amicizia.

Come è stato tornare sul palco dopo tutto questa lunga pausa?

Bello, emozionante. La gente lo aspettava da tempo. C'è stata una bella prova di attaccamento da parte del nostro pubblico, di affettuosità, di presenza. E' anche vero che questa volta abbiamo raccolto ciò che non ci era stato dato, tranne che con l'ultima tournée forse. Oltre a coloro che ci seguivano all'epoca, si è formata una nuova generazione che ha scoperto i nostri dischi ed ha avuto l'occasione di vederci dal vivo. Questo oltre a farci piacere, ha allargato la fetta del nostro pubblico.

E a livello di sensazioni?

Più che sensazioni, ho avuto le stesse paure di sempre. Molto profane. Il bello di un concerto lo recuperi alla fine, ma li per li, in un occasione come quella di Torino, dopo sei anni che non suonavo dal vivo, hai poco tempo di pensare a ciò che c'è stato prima. Controlli se il basso è accordato, se ti ricordi gli stacchi, se senti abbastanza la batteria. Si rimane molto sul pratico. Nel frattempo io ho continuato a salire sul palco, ma ciò che mi mancava di più era la potenza del suono. Mi son continuato ad esibire in cose più fragili, più a bassa voce, mi mancava la spinta del suono.

Come vivi i differenti approcci al palco, da una parte il reading e dall'altra il live con i Massimo Volume? E' la mancanza di potenza la più grande differenza?

Sì, sicuramente. Mi piace muovermi per il reading, è più snello e più rapido. Non c'è soundcheck e attrezzatura da montare e smontare. Ma, probabilmente, c'è qualcosa di più sacrale che circonda un concerto vero e proprio. Io voglio continuare a vivere entrambe le situazioni.

Come vivi l'intimità del reading? Probabilmente leggendo qualcosa di più tuo, non difeso dalla potenza sonora, metti più a nudo la tua anima di fronte agli sguardi delle persone.

Ormai non mi spaventa più di tanto. Ne ho fatti davvero tanti. Poi, in particolare con quest'ultimo libro, che ha poco di autobiografico, riesco ad essere anche un po' più distaccato.

Quando hai iniziato a scrivere?

Al liceo.

Hai sempre prediletto questa forma racconto, o hai provato a sperimentare altre vie di scrittura?

All'inizio erano cose molto semplici, frammenti. Molto simili a ciò che poi è divenuta la poetica dei Massimo Volume. Tutto si risolveva in una pagina. Dopo il primo disco che abbiamo prodotto, ho sentito l'esigenza di allargare i miei confini. Mi stavano stretti i 3-4 minuti della canzone. Il passaggio complesso è arrivato con la scrittura da romanzo. In un romanzo è difficile tenere presente tutta la storia e avere la struttura ben chiara e visibile. Un racconto breve ha il vantaggio di essere facilmente rileggibile, mentre in un romanzo è più difficile vedere dove stai portando la tua storia. Son contento della mia carriera da scrittore nella quale son riuscito a crescere un passo alla volta, partendo da una piccola casa editrice, senza che nessuno mi assillasse.

Scrivere partendo dalle proprie ossessioni. Credi sia questo che il punto da cui parti per scrivere o hai altri motivi?

Credo che nella scrittura di ognuno, compresa la mia, c'è sempre qualcosa che ritorna in ogni libro. Io mi chiedo spesso perché scelgo di parlare di certe persone invece che di altre, di cui magari conosco meglio la biografia e le caratteristiche. Però spesso mi rendo conto che reputo affascinante da raccontare il momento in cui una persona si trova da sola ad affrontare il mondo. Persone che nella solitudine devono affrontare una situazione. Infatti, più o meno, ho sempre parlato di questo. Credo che sia vero che siamo spinti da ossessioni. Non so se siano proprio ossessioni, ma considerando che tornano con una certa frequenza, forse è questa la parola esatta.

Come definiresti di per sé, o rispetto agli altri, 'Matilde E I Suoi Tre Padri'?

Rispetto agli altri c'è un cambio di passo abbastanza evidente. Sicuramente è un libro borghese. Di una borghesia magari illuminata, ma pur sempre borghese. Ho cercato di lavorare soprattutto sullo stile dato che parlo di argomenti come il '77, come il movimento a Bologna e le case occupate che sono già stati descritti molte volte con un grande carico di pathos e nostalgia. Io invece volevo parlarne con distacco, come se ne prendessi le distanze.

A differenza dei tuoi precedenti lavori, questo romanzo non è autobiografico. Quindi mi sorge spontaneo chiederti, quanto c'è di autobiografico in un romanzo non autobiografico?

Sempre abbastanza. Quando descrivi le reazioni o i sentimenti di alcuni personaggi è normale che ti rifai alle tue reazioni, o sentimenti, in determinate circostanze. In una qualche maniera ha profondamente a che fare con me stesso. Credo che in questo libro, tante cose che appartengono a Laura, ad esempio, siano mie. Devi comunque diluirle. Forse è un percorso più affascinante dell'autobiografismo in senso stretto.

Come hai vissuto l'evoluzione come scrittore e come musicista?

In parte è stato un percorso parallelo con vari punti di contatto. Nella band c'è un lavoro più di equipe e i cambiamenti risultano più repentini quando tutti si muovono dalla stessa parte, anche se spesso diventano più complessi. Dal punto di vista letterario, c'è stato un distacco sempre più maggiore dal mio vissuto. Già da 'L'Ultimo Dio', che è un lavoro molto autobiografico, riuscivo già a maneggiare con maggior cura l'immaginazione. Prima mi risultava più difficile.

Ho letto, in qualche tua intervista, che ti turba l'aver perso "gli orizzonti sconfinanti dell'adolescenza"? Cosa rimane della tua adolescenza?

E' una domanda difficile. Il nucleo di me è rimasto comunque inalterato, anche quando ho preso coscienza di me. Le mie insicurezze e i miei entusiasmi credo che agiscano sempre stimolati dalle stesse cose. In quello non sono cambiato. Però è vero che col passare degli anni, l'orizzonte diventa sempre più limitato e cominci a farci i conti. Ma d'altro canto, è anche rassicurante. Prima avevo orizzonti molto più ampi e riuscivo a stemperare le tensioni in un futuro che sarebbe stato completamente diverso. Adesso ho capito che l'unica cosa che mi resta da fare è affinare quei pochi ambiti in cui ho capacità. In questo caso la scrittura e la musica. Si vive sempre su un filo facendo l'artista, ma questo equilibro precario mi protegge in un qualche modo.

Come ha influito la tua paternità in questo?

Parlando a livello pratico, ho iniziato a scrivere il libro prima che Nina nascesse. Dopo la sua nascita mi è stato più facile descrivere Matilde, perché ho potuto proprio vedere in presa diretta i suoi atteggiamenti. In generale, come succede ad ogni padre credo, oltre alla stanchezza, la paternità porta un maggior senso di responsabilità. E' anche vero che i figli riescono a spegnerti i pensieri. Quando sono agitato, passare mezz'ora con mia figlia mi rilassa molto.

Qual'è lo scritto o lo scrittore a cui ti senti più legato?

La scrittrice che prediligo è Katherine Mansfield, la sento molto vicina.

E su ciò che hai scritto te? Con quale hai un maggiore legame interiore?

Non per sviare la domanda, ma mi piacerebbe ricompattare tutto ciò che ho scritto in un unico libro e dire "questo". Quello che ha più limiti, è il mio primo romanzo 'Il Tempo Di Prima', ma anche li, ci sono delle pagine che, rileggendole, mi piacciono. Nello stesso modo trovo difetti in ogni mio romanzo. Mi piacerebbe dire l'ultimo, perché è l'ultimo, perché è l'ultimo di un percorso. Però, forse...dai, 'L'Ultimo Dio'.

Città come Bologna e Torino appaiono ricorrenti e fondamentali con la tua vita. Com'è il tuo rapporto con queste città? Quanto influisce?

Molto. Ad esempio, in quest'ultimo lavoro ci sono anche gli Stati Uniti con San Francisco e New York. Luoghi che, per ironia, ho visitato dopo aver scritto certe pagine. Allora sono andato a visitarle controllando se avessi scritto tutto giusto. Sai, ora con 'Google Maps' sei comunque aiutato, anche solo a vedere le disposizioni dei vari locali. Però ti muovi su un terreno più scivoloso. Quando conosci una città, e ne scrivi, riesci a muoverti decisamente meglio.

Conclusasi questa risposta, gli addetti ai lavori della Fnac ci invitano cordialmente ad uscire dal locale e a svuotare il piccolo palco dove Emidio aveva eseguito il reading accompagnato da un chitarrista. Ci congediamo con un abbraccio. E qualche augurio.


Mattia Barro

sabato 31 gennaio 2009

RECENSIONE CONCERTO - Pivot (Casa 139, 5.11.08)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

5-11-2008
Pivot @ La Casa 139, Milano
Il gruppo si chiama Pivot e viene dall'Australia. Il loro secondo disco, 'O Soundtrack My Heart', è uscito quest'estate. L'etichetta che li lancia è la Warp, una certezza. E' lecito, quindi, aspettarsi dell'ottima musica. E' ciò puntualmente accade.

Il terzetto sale sul palco e, per circa un'ora, ci inonda di trame sonore decisamente interessanti. Sulla scia dei Battles, loro compagni di label, il live è un rock sperimentale-strumentale in cui la voce appare solo in sporadici episodi, come strumento aggiuntivo. Mantenendo ancora un attimo il paragone coi Battles, dove la band newyorkese ci mette forte tecnica nella costruzione dei brani, i Pivot si lasciano completamente trascinare dall'istinto e dalle proprie emozioni.

Uno show musicalmente animalesco dove spesso è il nervosismo eclettico delle produzioni ad intrigare. La batteria è il perno su cui ruotare le intere composizioni (molti brani sono suonati con le percussioni riverberate e ritmiche spasmodiche) e su cui, molto spesso, l'attenzione si getta interamente. Tappeti di tastiere, ossessività MAC-caniche, ritmi ad ostacoli. Ottimo il lavoro sullo sviluppo delle tracce, il quale mantiene il pubblico totalmente rapito dell'evoluzione sonora. Semplicemente due tastiere, una chitarra, un computer ed una batteria. Brani come 'Sweet Memory', 'Sing You Sinners' o la title-track del loro disco d'esordio risultano immediati anche nella loro complessità.

Un'ottima prova corale che si conclude con l'atipica (parlando a riguardo dei loro brani) scelta di portare come bis 'I Zimbra' dei Talking Heads, la quale ha il magico potere di rallegrare e scatenare qualsiasi individuo stipato nell'intimità della Casa 139.

Credo che, a concerto finito, tutti siano usciti con un'enorme voglia di suonare. Qualsiasi cosa.

Mattia Barro

RECENSIONE - The Niro (17.01.09)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

17-1-2009
The Niro @ Koko, Biella
Il Koko è un nuovo club nel biellese che porta, come in precedenza aveva fatto il Babylonia (stessa gestione?), una bella dose di cultura live nella provincia piemontese. Un'opportunità per molti gruppi di rodarsi. Questa sera, in apertura, la band è di casa e di nome fa All About Kane. Ed è proprio il nome a svelarci che il gruppo in questione proporrà una visione intima ed onirica del mondo di Kane. Un pop ampio e melodico, citabile tra Snow Patrol e One Republic (ebbene sì). Un'apertura abbastanza lunga ma che non appesantisce. Le strade percorse sono buone, però ancora prive di una totale autonomia compositiva.

Ed il palco si svuota. Ne emerge una sola figura: Davide Combusti. Voce e chitarra. La capacità di reggere la tensione di un concerto chitarra-voce è di difficile impresa. Non tutti i musicisti vi riescono, ma anzi, in molti, soprattutto i più egocentrici, tendono a frantumarsi contro le difficoltà che emergono in questo genere di rappresentazioni.

The Niro. Voce e chitarra. The Niro. La sua voce riesce a sgusciare agilmente tra una varietà elevata di modalità canore, dal falsetto al mormorio, dall'emozionato all'emoziante. The Niro. La sua chitarra è totale. Le sue mani coprono a turno tutta la tastiera della chitarra e sono rapide, precise, in continua moltiplicazione. La retina appena focalizza un dito subito lo perde nel suo spostamento, finendo col riprodurre nel nostro cervello un'invasione di mani. The Niro. Voce e chitarra. "Sfortunatamente non sono potuto essere qui con la band poichè il nostro bassista, appena qualche giorno fa, ha subito un infortunio. Spero di riuscire, in ogni caso, ad arrivarvi".

La mancanza è colmata dall'incredibile capacità di arricchire, anche in una veste così spoglia, il quadro sonoro. Una versione intimistica di ogni stralcio di vita di un uomo ordinario: "Questa canzone parla di amore e di indifferenza."

Mattia Barro

RECENSIONE DISCO - Circlesquare - Songs About Dancing and Drugs

PUBBLICATA SU Indie-rock.it

Circlesquare:
Songs About Dancing And Drugs

ANNO: 2009
ETICHETTA: !K7

"Un gioco continuo che si affaccia nell'electro, nel rock, nello shoegaze, nell'elettronica"


VOTO: 7


GENERE: elettronica con echi rock, pop, shoegaze.

PROTAGONISTI: Jeremy Shaw, aka Circlesquare, è un produttore canadese.

SEGNI PARTICOLARI: primo disco con l'etichetta !K7 dopo aver pubblicato una serie di album con la Output di Trevor Jackson. L'esordio ufficiale risale al 2003 con l'uscita di 'Pre-Earthquake Anthem'.

INGREDIENTI: le tracce di Jeremy spesso contengono un comune denominatore. Inizialmente i brani sono ridotti all'osso, scarni e morbosi, quadrati e stabili. La trama che si sfila nei minuti a seguire (tutti i brani sono di almeno 5 minuti) è un lento e coinvolgente filone emotivo che allarga la superficie sonora. Il quadrato si fa cerchio e il cerchio si fa quadrato. Un gioco continuo che si affaccia nell'electro, nel rock, nello shoegaze, nell'elettronica.

DENSITA' DI QUALITA': 'Hey You Guys', in apertura, è una completa e avvolgente sintesi dell'idea musicale di Jeremy. Si inizia con un meccanico duetto voce-chitarra muta, statico nella sua melodia danzante. I suoni che vengono ad affiancarsi in seguito rafforzano e riempiono completamente lo spazio salendo fino all'attesa esplosione finale che coincide, spesso, con il ritorno alla forma base del brano. La seguente 'Dancers' ricorda da vicino le atmosfere di Bomb The Bass (suo compagno di scuderia). 'Timely' ha qualcosa di alieno ed alienante nel suo incedere mentre 'Music For Satellites' ricorda un Eno più spoglio. 'Ten To One' ritorna ad accelerare per sfracellarsi sul Silenzio di 'Bombs Away, Away', epica. Lasciata in conclusione la suite (o quasi tale) 'All Live But The Ending', 13 minuti di idee e sviluppi. Sembra che tutto ciò che fosse stato dimenticato prima venga inserito qui, nel maggior esempio di Circlesquaring riscontrabile. Che la vita è tutta una questione di sviluppo della trama, a quanto pare.

VELOCITA': i battiti cardiaci alternati alterati.

LA DICHIARAZIONE: "I named the album in the tradition of Leonard Cohen, Talking Heads, Big Black, etc. I always loved the directness of Songs from a Room, Songs of Love and Hate, More Songs About Building and Food, Songs About Fucking... Dancing, drugs and science seemed to be the most prevalent themes of the album, as usual, so I went with the first two."

IL SITO: 'Songsaboutdancinganddrugs.com'.

Mattia Barro

domenica 18 gennaio 2009

INTERVISTA - Offlaga Disco Pax

PUBBLICA SU INDIE-ROCK.IT

Interview: Offlaga Disco Pax

Incontriamo Max Collini degli Offlaga Disco Pax al Magnolia di Segrate (MI), prima della loro esibizione in programma di lì a poco. Max prepara il piccolo spazio a disposizione, cercando un adeguato posizionamento per noi ed il registratore. Sposta le sedie molto vicine in modo che la conversazione possa essere più intima, mettendoci a nostro agio. All'interno del piccolo luogo adibito a camerino, formaggi ed affettati inondando l'aria di un sapore quasi da sagra popolare.

Indie-Rock: Siete arrivati al fatidico secondo disco. Dopo 'Socialismo Tascabile', arriva 'Bachelite'. Come è stato il diverso approccio ai vostri due lavori?

Max Collini: certamente son due dischi che abbiamo lavorato in modo diverso. Diciamo che l'esperienza del primo è stata utilissima per poter pensare a questo secondo dal punto di vista sonoro in maniera più strutturata. Oltretutto avevamo maggiori risorse, dato che 'Socialismo Tascabile' era andato bene. Potevamo rimanere in studio con più tranquillità. La lavorazione dei brani è stata più lunga e ci siamo presi il tempo necessario per poter produrre al meglio delle nostre possibilità. Il primo era stato registrato in un paio di settimane, mentre questo in sei, e credo che si senta nell'impatto sonoro. Il suono del secondo disco è decisamente più lavorato. Abbiamo scelto di usare nastri analogici proprio per ritrovare una maggiore qualità.

Indie-Rock: Invece per quanto riguarda la scrittura, come l'hai vissuta? All'epoca del tuo primo disco avevi già i tuoi racconti ed avevi dovuto svolgere un lavoro prettamente di riadattamento, mentre in quest'ultimo sapevi già che, presumibilmente, i tuoi racconti sarebbero finiti direttamente nell'album. Come ha influenzato ciò la tua attitudine allo scrivere?

M.C.: Per me è stata una cosa un po' diversa, nel senso che nella scelta del materiale da inserire nel disco, la mia consapevolezza era maggiore. Comunque, la selezione del testi viene svolta insieme. Io propongo dei brani ed essi devono corrispondere al gusto di tutto il gruppo. In questo caso, c'era già l'idea che sarebbero potuti finire nell'album e, addirittura, tre testi del disco son stati scritti appositamente con quel fine. Mentre prima il mio approccio alla scrittura era "intanto scrivo, poi si vedrà in futuro" o addirittura "scrivo e basta" (quando il gruppo non c'era ancora), in 'Bachelite' alcuni testi, come 'Lungimiranza', 'Fermo!' e 'Onomastica', son scritti appositamente per un loro ipotizzabile uso. Poi chiaramente son piaciuti e son entrati a farne parte. Altre scelte, invece, come 'Venti Minuti' e 'Ventrale', son più intuizioni di Enrico e Daniele, poiché io non li avrei pensati adatti alla realtà degli Offlaga Disco Pax.

Indie-Rock: Quindi per i testi su cui lavorare, tu proponi un certo numero di brani dai quali vengono poi scelti, dal gruppo, quelli che verranno sviluppati...

M.C.: A volte io propongo, a volte son loro che leggono qualcosa di mio e mi chiedono di utilizzarlo. Non c'è un sistema predefinito. E' una decisione concorde, sia sulla musica che sui testi.

Indie-Rock: Chi consideri coloro da cui trai ispirazione nello scrivere?

M.C.: Ho iniziato a scrivere a 30 anni suonati, ora ne ho 41, e non avrei mai pensato che avrei scritto qualcosa. Devo ciò a due situazioni. La prima cosa è stata avere a disposizione un computer, che fino a trent'anni non ho posseduto. Di certo, se avessi dovuto scrivere a mano, mi sarei limitato a delle lettere. Il computer mi ha reso più spontanee le mie composizioni. Oltre a ciò, grazie alla lettura di alcuni testi, ho capito che avrei potuto farlo anche io. La prima cosa che ho scritto in età adulta è stato il testo di 'Superchiome'. Naturalmente non nasceva con l'idea di finire in un progetto musicale, ma era semplicemente il ritratto di una persona che stavo frequentando. Ho continuato a scrivere senza obiettivi, per me o per amici a cui mandavo i brani per email, senza ambizione. La seconda situazione è derivata dal fatto che un racconto che ho scritto è stato letto da Giuseppe Calicieti, un noto scrittore di Reggio Emilia di saggi e romanzi molto belli (come 'Fonderia Italghisa' che è uno dei miei romanzi preferiti), il quale l'ha pubblicato sulla gazzetta di Reggio, di cui cura una rubrica. Io non glielo avevo mandato a tale scopo, ma solo per farglielo leggere, poiché sono un suo ammiratore. Lui mi ha fatto i complimenti ed incoraggiato a continuare e, sentendomi gratificato, ho preso convinzione dei miei mezzi. L'altro personaggio fondamentale è stato Arturo Bertoldi, l'autore del testo di 'Cinnamon', con cui ho condiviso la mia militanza, negli anni '80, a Reggio Emilia. Aveva scritto questo brano ('Cinnamon', ndr) e mi era piaciuto enormemente. Queste due persone sono state le molle che mi han portato a scrivere con più convinzione.

Indie-Rock: Trovo geniale il modo in cui 'Cinnamon' e 'Ventrale' riescano a sviluppare una sorta di percorso politico mondiale attraverso percorsi (gomme da masticare e salto in alto) totalmente distaccati dalla politica...

M.C.: quando ho letto 'Cinnamon', per la prima volta, ne son rimasto sconvolto. Geniale. Per quanto riguarda ciò che produco io, in realtà, non ho tecnica; non mi sento un vero e proprio scrittore. Scrivo attraverso un flusso emotivo anche se, in ogni caso, ho un'idea approssimata della storia che voglio raccontare. Come poi viene fuori, a volte, è del tutto inaspettato. Un testo come 'Fermo' o 'Venti Minuti' non pensavo sarebbero diventati ciò che sono ora.

Indie-Rock: come racconteresti, a chi non li ha vissuti, gli anni '80 italiani?

M.C.: mi viene soltanto da dire che la politica ed il Partito Comunista di allora erano una cosa molto seria, non come adesso. E con questo non voglio fare il nostalgico che dice "si stava meglio quando si stava peggio" perché credo che si stava meglio quando si stava meglio. La politica fino agli anni '80 era trattata davvero con una grande serietà. Da qualunque schieramento e partito. Credo che avesse più nobiltà, o un qualche valore in più che ora è andato perso. Non voglio fare il qualunquista, dato che non rispecchia ciò che sono, però ricordando con quale ardore ed ingenuità mi affacciavo al mondo politico a vent'anni, vedendo ora, cosa ne è rimasto, si nota che è cambiato tutto, completamente. Forse non c'è più bisogno di una politica così importante ora che la società è cambiata. In Europa troviamo ancora tali valori che qua sono andati persi. La politica italiana non è seria.

Indie-Rock: A mio parere, la maggior parte dei giovani d'oggi è apolitica. Tu sei di Reggio Emilia dove, riprendendo una tua dichiarazione, l'ideologia viene prima di tutto. Cosa credi sia successo?

M.C.: Non credo che le nuove generazioni siano apolitiche, ma apartitiche o a-ideologiche. E' tutto politica, ancora adesso. Qualunque scelta tu faccia. Ora dirò una frase che di certo non invento io: io posso disinteressarmi della politica, ma la politica, di me, si interessa tutti i giorni. Quindi avere un occhio su ciò che succede può aiutare tutti quanti.

Indie-Rock: Credo che alla domanda "Cosa ne pensi della politica italiana", tu abbia già risposto...

M.C.: Non voglio generalizzare, ma credo sia lo specchio della nostra società. Certo, è rimasto ancora qualcuno spinto da uno spirito nobile. Venti o trenta anni fa, la politica era, almeno in parte, guidata da un'elite sull'idea che gli elettori volessero esprimere con il loro voto qualcosa di più alto di un semplice sentimento popolare, c'era l'idea che la classe dirigente che ci rappresentava fosse la parte migliore del paese. Chi ci rappresenta ora è, indubbiamente, lo specchio del nostro paese e, sinceramente, non credo sia un bello specchio.

Indie-Rock: E, in base a ciò, cosa pensi di quest'Italia praticamente bipartitica?

M.C.: in un paese di profonde tradizioni, questo svuota la nostra identità culturale. Probabilmente questo è un Paese più complesso di Pdl-Pd. Anzi, sicuramente. Non riuscirlo a rappresentare in alcun modo nelle nostre istituzioni è controproducente. E non è neanche giusto.

Indie-Rock: tornando alla musica, tu hai iniziato tardi rispetto ai più...

M.C: Si, son entrato in una band all'età in cui, normalmente, si smette. Il mio primo concerto l'ho fatto a 36 anni con Enrico e Daniele che hanno dieci anni in meno. Loro suonavano da quando erano adolescenti, io mi son limitato a scrivere qualche racconto che a loro è piaciuto e mi son trovato catapultato sul palco. Ora sto recuperando il tempo perduto.

Indie-Rock: Infatti vantate un numero di concerti elevatissimo...

M.C.: Circa 250...

Indie-Rock: Tantissimi per una band con due soli dischi all'attivo. Come riuscite a mantenere la tensione, o meglio, l'attenzione del pubblico? Il vostro non è propriamente un genere facilmente orecchiabile.

M.C: Noi non ci proponiamo come un gruppo che vuole attirare l'attenzione. Non obblighiamo nessuno a stare attento. Basta che non ci tirino oggetti sul palco, la gente può fare ciò che meglio crede. [Risate] Ho notato come, grazie ai nostri duecento e passa concerti, si sia creato un Nostro pubblico. Un pubblico che non è qui a caso, ma è qui per vedere un tuo concerto. Certo, verrà anche gente per curiosità o casualità, ma, oramai, un concerto degli Offlaga è una scelta, non un caso. In generale, mi accorgo che raramente c'è disinteresse, ma, anzi, molto spesso, ci troviamo immersi tra un silenzio e un'attenzione quasi commovente. Credo che ciò dipenda dal fatto che ti dicevo prima: la gente ha fatto una scelta nel venirci a vedere.

Indie-Rock: Come mai la scelta di aggiungere un trio d'archi al vostro live?

M.C.: Noi abbiamo già collaborato in alcuni live e in 'Bachelite' con Deborah Walker, la violoncellista. Poi Enrico ha proposto di orchestrare di più i brani di 'Bachelite' e, infatti, ieri abbiamo lavorato in studio proprio a questo, con delle sovraincisioni in alcune tracce. Era un'esperienza che avevamo già avuto e, quindi, l'abbiamo perfezionata e strutturata dando ancora più spazio a queste sonorità, sfruttando un trio d'archi. Deborah e Silvia sono italiane, Franz è parigino. Vivono tutti e tre a Parigi e, anche se loro sono di stampo classico, son molto portati alla sperimentazione e il risultato che ne esce, dalla nostra collaborazione, è spiazzante, ma molto bello. Porta un valore emotivo, ed emozionale, a qualcosa che è già impregnato di emotività.

Indie-Rock: gli Offlaga devono molto a quella scena italiana (principalmente degli anni '80) di cui CCCP, Diaframma sono i massimi esponenti. Come hai vissuto quel periodo musicale italiano, in cui tu eri adolescente?

M.C: l'ho vissuto completamente. In quegli anni, la musica che ascoltavo era questa e gruppi come CCCP, Litfiba, Diaframma han segnato gli anni dalla mia quarta superiore ai miei primi anni d'università, che non ho mai finito. Probabilmente, queste influenze han modellato in parte il mio modo di scrivere. Questo gusto musicale mi ha portato poi a conoscere Enrico e Daniele. Loro venivano da gruppi di stampo new wave (Enrico) e shogaze (Daniele) che ho sempre apprezzato ed amato molto. Comunque, sull'aspetto musicale degli Offlaga, incido pochissimo. Mi fido totalmente della capacità e dell'inventiva di loro due. Han più importanza quelle di Enrico e Daniele, le quali sono molto più anglosassoni ed americane.

Indie-Rock: Com'è il lavoro in studio per voi? Com'è la sala prove degli Offlaga Disco Pax?

M.C: Noi ci troviamo in studio con un'idea già abbastanza chiara di ciò che vogliamo fare. Gli Offlaga non sono un gruppo da sala prove, proviamo pochissimo. Quando lo facciamo, c'è una grande attenzione e comunicazione e vediamo di completare, migliorare, ampliare le idee che abbiamo, che siano basi o testi. Dipende dalle situazioni, a volte qualcosa si crea direttamente in sala prove.

Indie-Rock: Come descriveresti la tua Emilia?

M.C: Non troppo diversamente da come ne scrivo. Il mito dell'Emilia rossa è un mito più diffuso all'esterno che tra chi ci vive quotidianamente. Un certo vento occidentale ha fatto il suo bel percorso anche in Val Padana. Credo che rimanga una forte tensione verso la cooperazione, la socialità, la musica, la cultura. Questo è un impeto molto forte a prescindere dai venti ostili di direzione diversa. E' proprio una terra così di sua tradizione. Le opportunità sono molte e la capacità di mantenere un livello di stato sociale alto c'è ancora. Chi sogna l'Emilia rossa di quarant'anni fa, farà fatica a ritrovarla, anche perché si è creato abbastanza benessere da egoismi diffusi. Ma alcuni valori di fondo saranno difficili da sradicare. Credo che il vento dovrà soffiare ancora molto prima di spazzarli via. E speriamo che qualche volta (Max cambia voce) Il vento cambi!

Continuiamo, a registratore spento, a chiacchierare con Max. Una persona squisita. Una di quelle che, finito l'intervista, ti lasciano qualcosa. Una di quelle che, finito il concerto, ti chiedono come l'hai vissuto. Decisamente un live coinvolgente e toccante, Max.

Mattia Barro

lunedì 15 dicembre 2008

INTERVISTA - Le Luci Della Centrale Elettrica

PUBBLICA SU INDIE-ROCK.IT


Raggiungiamo Vasco Brondi, in arte Le Luci Della Centrale Elettrica, in occasione di un suo concerto al Magnolia di Milano. Sul palco, stasera, sarà accompagnato, come sempre, da Giorgio Canali. In quest'ennesimo tour, le novità riguardano l'uscita sui banchetti del libro di Vasco e l'inserimento di una violoncellista on stage.
Con molta curiosità e con molta ammirazione, per ciò che finora è stato firmato da Le Luci, incontriamo Vasco.


Indie-Rock.it: Iniziamo con la più classica delle domande, così da rompere il ghiaccio. Che musica ascolti?

Vasco Brondi: Cambia di continuo. Mi piace la musica che non sia d'intrattenimento. Per intrattenimento intendo quella creata appositamente per un dato fine. Tutto il resto può piacermi, tranne, ad esempio, il funky che mi fa proprio cagare. In media, tutto ciò che esce un po' dai generi.

I-R: In un paese di forte tradizione cantautoriale, di cui credo che anche tu, etichettandoti per un attimo, ne faccia parte, qual'è il tuo parere riguardo a questo "filone musicale"?

V: Se per cantautoriale intendiamo il dare un peso in più alle parole che hanno un senso credo che ci siano parecchi gruppi validi, su tutti gli Afterhours. Se per cantautore intendiamo uno che suona da solo, mi piace Dente, ma infondo c'è solo lui. Per il resto, si ce sono parecchie di cose che mi piacevano di quel filone storico.

I-R: Come vivi il differente rapporto te-chitarra, te-penna?

V: Non son proprio cose che dentro di me dissocio. Quando, ad esempio, scrivevo senza pensare di suonare, la musica ce l'avevo già in testa perchè nella scrittura la componente ritmica è fortissima e la puoi ritrovare nel ritmo e nell'evocazione che una parola può dare, il che è molto simile a ciò che ti può generare una chitarra, o il suonare. Credo che una dipenda dall'altra: uno può prendere appunti con una chitarra come può essere melodico scrivendo.

I-R: Infatti nelle cose che hai scritto nel tuo blog, la musicalità è predominate. L'uso di frasi corte e decise, come sentenze, il continuo uso delle congiunzioni, soprattutto ad inizio frase. Credo che il tuo modo di scrivere sia decisamente molto melodico...

V: si, sicuramente. Prendendo spunto da mille altri scrittori, a partire dalla beat generation, il be-pop, Kerouac e da ogni tipologia di scrittura che credo valga, si è formato tutto ciò.

I-R: Ultimamente quali sono le tue letture?

V: Adesso, robe molto varie. Sto leggendo gli Scritti Corsari di Pasolini che son stato ripubblicati poichè erano spariti dalle librerie per vent'anni circa. Son veramente delle lettere d'amore contro il mondo. Sto leggendo dei romanzi di Giorgio Bassani che è uno scrittore, anche abbastanza famoso, di Ferrara, perchè m'interessa sapere come vede lui questa città. E poi sto leggendo una cosa su Frigidaire, che è questa rivista anni '80 di fumetto scritta da Sparagna, di cui ora ha pubblicato una raccolta con varie spiegazioni. Questa volta mi son capitate delle letture veramente fighe.

I-R: Quindi letture prevalentemente italiane...

V: A caso, ma forse si. Leggo ciò che mi sembra che mi rappresenti di più e che mi interessi di più. Certo non disdegno gli scrittori stranieri, ma credo che sia questo ciò che mi rappresenta ora.

I-R: C'è differenza tra il pubblico che ti legge e quello che ti ascolta?

V: Non credo esista. Credo che chi mi legge, molto spesso, è anche colui che mi ascolta. Poi forse mi sbaglio, ma non ci avevo mai pensato ad una possibile differenziazione di pubblico. Io ci metto uguale impegno, anche se magari trovo più sbattimenti in determinati concerti invece che nello fermarmi a scrivere.
Ciò che mi interessa maggiormente è che il libro sia uscito senza una distribuzione propria e quindi che lo si possa trovare solo sui banchetti, od internet. Non l'ho voluto esporre a livello di solo autore letterario, perchè volevo fosse per coloro che conoscevano già il progetto. Per approfondire o far scoprire qualcosa in più su Le Luci Della Centrale.

I-R: Il libro di cosa parla? E' una raccolta di tuoi brani o un romanzo?

V: più o meno parla degli stessi argomenti che tratto nelle mie canzoni. E' una raccolta di brani che avevo già inserito nel blog con l'aggiunta di altre più nuove. Ho riscritto, praticamente, quasi tutto in modo da dare una sorta di linearità. Puoi trovarci un inizio ed una fine, anche se in mezzo non succede nulla di che.

I-R: Nelle tue scritture il destinatario è quasi sempre ben definito...

V: si, le cose che vuoi scrivere, bisogna scriverle a qualcun altro. E' indispensabile un rapporto umano poichè, se fosse solo per me, non credo butterei mai giù nulla. Non son mai stato autoreferenziale e non mi piace ciò che è autoreferenziale.

I-R: Nel tuo blog stai scrivendo molto meno ultimamente...

V: Si, ma non per questo non sto scrivendo. Non posso continuare a riproporre ciò che ho già fatto per un anno. Molte nuove cose che ho scritto non finiscono sul blog ma finiranno da altre parti. Non voglio che finisca per essere una sorte di diario, anche se forse per un anno è andata così e mi son trovato bene. Voglio cambiare. Probabilmente ora non m'interessa inserire i nuovi brani li, anche perchè spesso non sono solo più da 20 righe come i precedenti. E' importante, comunque, che ci sia il blog e che quando ne ho bisogno sia pronto li. Tutta questa storia de Le Luci Della Centrale Elettrica è la storia dei miei sentimenti e della mia vita. Posso farne ciò che mi pare: scrivere, pubblicare, non pubblicare, sbattermene completamente. Per di più, ora suono decisamente molto di più e trovo che sia stupido che io debba ogni sera ritrovarmi connesso a scrivere per forza. Anche quando ho qualcosa che voglio mettere giù, lo tengo dentro e lo faccio sedimentare. E' come un lago che sopra è ghiacciato e sembra che non esca niente, ma invece al di sotto è pieno di movimento.

I-R: e come stai vivendo i vari live?

V: me la sto proprio vivendo, come un animale, senza razionalizzare molto. Faccio le mie fatiche quando c'è da farne. Ogni volta, il concerto è il momento migliore della giornata. Mi siedo e penso "finalmente si suona". Praticamente è dal marzo scorso che giro senza fermarmi. A furia di suonare, quelli con cui lavoro Giorgio (Canali, ndr), Daniela, Nicola ed Emiliano son diventati una sorta di famiglia. Dai primi live, oltretutto, c'è stato anche un minino di miglioramento nel trattamento da parte dei locali. Son contentissimo di vedere un sacco di gente, nell'ultimo mese è quasi triplicata. Sapevamo di poter far di più, ma abbiamo preferito rimanere nei club piccoli anche se così abbiamo avuto dei sold out con della gente che è rimasta fuori. Ed è normale che s'incazzi questa gente, ma questo è il problema di non lavorare con le prevendite, vince chi arriva prima. Non ci aspettavamo del tutto un riscontro di pubblico così forte. I concerti più grandi, in ogni caso, inizieranno l'anno prossimo.

I-R: da qui la necessità di allagarsi come numero di componenti nei live? Ora oltre a Giorgio si è aggiunta anche Daniela al violoncello

V: si, con Giorgio dovevamo suonare assieme da subito ma son successi casini con l'agenzia di booking. Ora giriamo con Locusta, come agenzia, e ci troviamo benissimo, anche umanamente. Prima il giro di concerti è stato fatto di merda e con un trattamento assurdo, compreso cancellazioni di date. Giorgio, da dopo il disco, doveva subito venire in tour con me, ma così, sfortunatamente, non è stato.
M'interessava parecchio suonare con Daniela. Giorgio la conosceva e a me piaceva questa idea di introdurre il violoncello. Trovandomi da subito bene con lei, le abbiamo chiesto di unirsi e quindi, quando può, partecipa alle esibizioni. Ciò m'interessa anche perchè ho l'idea di iniziare a provare un po' di cose nuove, mischiare nuove sonorità, dalla classica all'elettrica. Vorrei provare a sperimentare.

I-R: A tal proposito, su varie riviste già si punta il dito sul tuo futuro. Con un disco appena pubblicato, sei già chiamato a dover ripetere o migliorare questa produzione con qualcosa che si differenzi a tutti i costi...

V: per farti capire ti racconto della recensione di Guglielmi sul Mucchio Selvaggio. Diceva, all'incirca, "per il prossimo disco le strade possono essere solo due. Ho ripetere la formula del primo disco rischiando di annoiare o cambiare, finendo per normalizzarsi". Io non ho scelta. Se farò ciò che ho fatto fino ad ora annoierò e se invece cercherò di evolvermi mi normalizzerò. Ne ho anche parlato con lui, quando l'ho conosciuto di persona (è stato gentile ed ha apprezzato il disco). Davanti ad una recensione del genere cosa posso fare? Smetto di leggere queste riviste. Sappiamo già, quindi, come andrà. Diciamolo già ora, un anno e mezzo prima, o anche più, dall'uscita del mio prossimo lavoro: "Sarà simile al precedente, con qualche arrangiamento nuovo ma coi sempre i testi sulle solite storie". E scriveranno "E' ormai un modo di fare passato e non c'è stata l'evoluzione che ci saremmo potuti aspetti". E' come quando sapevo già che mi avrebbero detto che il disco s'era ammorbidito rispetto al demo. Lo sapevo quasi un anno primo della registrazione. Quindi, possiamo già fare le recensioni ora, prima che esca.

I-R: Nei tuoi testi c'è poesia tratta dalla normalità e, usiamo un brutto termine, dal "degrado". E' un adattarsi al mondo o una rivalutazione?

V: Ciò si palesa da subito. Il progetto non si chiama Le Stelle, ma Le Luci Della Centrale Elettrica perchè son proprio queste le Stelle di adesso. Può anche essere un adattarsi, se vuoi vederla così, ma detto così pare che abbia una connotazione negativa. Forse non è un adattarsi, ma semplicemente un guardarsi attorno.

I-R: Qual'è stata la tua reazione per la Targa Tenco?

V: Son stato contento più che altro perchè dimostra che un disco può essere registrato da amici, in camera di Giorgio, a zero euro, facendo il cazzo che volevamo nel modo più assoluto (dato che La Tempesta è un'etichetta che ci ha dato ampi spazi) ed essere considerato di valore. Ero già assurdo trovarmi in finale. Con tutto il rispetto, e senza far conti in tasca a nessuno, competevamo contro gruppi supportati da major con decine di migliaia di euro spesi per disco e promozione. Un disco a costo zero che raggiunge gli stessi, o maggiori, risultati può anche risultare importante per chiunque faccia musica. E' una cazzata la corsa alle mega produzioni.

I-R: Quindi il disco l'avete registrato voi, tra amici, totalmente homemade?

V: Si, però l'abbiamo mixato in studio a Ferrara. La Natural HeadQuarter si è offerta. Comunque si, l'abbiamo prodotto noi.

I-R: Da qui dipende la scelta di mantenere il disco in chiave voce-chitarra?

V: La scelta è dovuta al fatto che c'era urgenza di registrare. Io ho registrato le parti con la chitarra acustica, Giorgio ci ha buttato sopra le parti con l'elettrica e in un mese era pronto. Andava bene così. Era un'urgente pubblicare ciò che avevamo da dire.

I-R: In conclusione, torniamo al mondo internet. Come nasce l'idea di una mailing list così personale, contenente tue parti scritte ed altro?

V: Li mi sta dando una mano Nicola che è un mio amico da sempre. La mailing list è venuta in mente a lui. Però se mi metti davanti ad un foglio a scrivere, la formalità è la prima cosa che se ne va. Dato che si tratta di un comunicare tra persone, trovo comico l'uso di un linguaggio schematico-formale. Mi fa piacere parlare con le persone...

I-R: diventa un rapporto più umano...

V: Si, in molti me l'han detto. Per me è normale, non sto cercando di venderti dei pneumatici; è comunicazione. Non voglio neanche venderti nulla. Se mi compri una maglietta grazie mille, mi ci compro un panino all'autogrill. Si parla di rapporti umani e non di negoziati.

I-R: a volte basta così poco, e forse nessuno non ci aveva ancora pensato

V: (Ridendo) Si infatti, non è che mi son seduto a tavolino e ho preparato questa strategia. Che qua a Milano si parla di marketing già da come saluti, se con una stretta di mano od una pacca sulle spalle.

L'intervista finisce con la decisione, presa da Vasco, di evitare commenti su una domanda che si riferiva ad alcuni accadimenti (la vincita di Obama, condanne post scuola Diaz) poichè ritenuta troppo espansiva, fuori sede e generalista. Accettando e comprendendo tale scelta, usciamo dal camerino con un sensazione mista. Da una parte l'interesse profondo alla causa de Le Luci Della Centrale e dall'altra un senso di mancanza. La mancanza di aver potuto sapere il significato di ogni virgola di ogni scritto di ogni parola. Ma forse certe cose bisogna scoprirle con un suono di violoncello di sottofondo. E sentirle dal vivo.

Mattia Barro

sabato 29 novembre 2008

RECENSIONE - Offlaga Disco Pax (Magnolia, 26.11.08)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

26-11-2008
Offlaga Disco Pax @ Magnolia, Segrate (MI)
E che ogni tanto bisogna schierarsi. Anche in Italia. E allora ci schieriamo dalla parte della musica e della scrittura e andiamo a vedere gli (attivisti) Offlaga Disco Pax. E' stancante essere sempre campanilisti in qualsiasi forma.

Gli Offlaga Disco Pax raddoppiano sul palco e, accompagnati dal trio d'archi Ginko Narayana, affrontano un'altra tournée, come se i 250 (e rotti) concerti precedenti sia stati troppo pochi per farsi ascoltare.

Un'ora e mezza, forse più, di fiato sospeso di un pubblico che si accende nei momenti d'apice politici come in Sensibile o di congratulazioni come in Dove ho messo la golf?. Perché lo spoken-word degli Offlaga è una forte orazione, quasi Popolare e di comizio.

Il nuovo approccio musicale, portato dal trio d'archi, aumenta la NEOsensibilità del gruppo emiliano e il silenzio contemplativo rispettoso del pubblico rende quasi surreale la location. Il tempo si ferma, lo spazio non muta, e si rimane sospesi.

Che tra lanci di Tatranky e Cinnamon, tra i ringraziamenti sentiti di Max Collini verso pubblico e addetti ai lavori, tra le basi elettroniche e i nervosismi-e-virtuosismi degli archi, qualcosa in più nell'aria si crea. Un comizio anni '80 tra elettori conquistati.

Usciti dalle urne andateli a vedere, qualsiasi credo politico abbiate. Uno spettacolo che non è facile da trovare e che non ritroverete. Ci son ancora belle storie da sentire. Presenti, future e passate.

Mattia Barro

RECENSIONE - Le Luci Della Centrale Elettrica (Magnolia,19.11.08)

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT

19-11-2008
Le Luci Della Centrale Elettrica @ Magnolia, Segrate (MI)
Che, probabilmente, Vasco Brondi abbia fatto il disco italiano dell'anno è quasi certo. Che, probabilmente, Vasco Brondi renda al massimo dal vivo è quasi certo. Certezze a parte, il progetto Le Luci Della Centrale Elettrica live si allarga aggiungendo Daniela al violoncello (che si affianca all'ormai sempre presente Giorgio Canali) e trova nuovi spunti, nuovi atmosfere e nuovi nervi scoperti da toccare.

Il carisma di Vasco è un valore a sé. Con la sua voce cammina sul filo sottile del cantato-parlato e spesso sfocia in un qualche genere di spoken word. Le aggiunte al nuovo live set si manifestano nei vari brevi reading che intervallano alcuni brani (con la tensione sempre mantenuta alta dal sottofondo musicale) e che ci riportano più a quelle Luci che si erano fatte amare per il blog e che forse, proprio in quel campo, trovano la loro maggior forza.

Le parti vocali ora vengono, in alcuni episodi, giocate e scambiate tra Brondi e Canali aprendo ancora di più lo scenario dell'immaginario creatosi. Pura tensione. Il pathos esce da ogni singola esecuzione anche se ora si predilige un aspetto più armonioso ad uno meno spigoloso (vengono tolte molte 'urla' rispetto al disco) e si completa con il brano conclusivo dove vengono di colpo spenti tutti gli amplificatori e Vasco, in piedi al limite del palco, strimpella e canta, quasi in uno sfogo personale. Emozione.

Mattia Barro

mercoledì 26 novembre 2008

INTERVISTA - Milosh

PUBBLICATA SU INDIE-ROCK.IT


Interview: Milosh
Incontriamo Milosh (accompagnato dal fido chitarrista Paul Pfisterer) alla Casa 139, appena finito il suo soundcheck. Ci sediamo e ordiniamo solo birra italiana, come loro desiderano. Accendiamo il registratore e ci inoltriamo in un percorso, a tratti psicologico, alla scoperta dell'intimo produttore canadese.

I-R : Qualche tratto generale per conoscerti: che musica ascolti solitamente?

Milosh: Vecchio folk, cose come Neil Young. Mi piacciono i Pink Floyd e ascolto molta musica classica. Seguo anche alcune etichette elettroniche, apprezzo molto i Telefon Tel Aviv...

I-R: hai anche collaborato con Josh Eustis dei Telefon Tel Aviv in questo disco, giusto?

M: Si, si è occupato del mixaggio e del mastering dell'album. Siamo buoni amici, parliamo spesso.

I-R: Puoi dirmi un nome di un'artista emergente che apprezzi molto?

M: Non è emergente, ma ultimamente ascolto molto Apparat, penso che abbia fatto davvero un bell'album...

I-R: Dato che hai citato Apparat, apprezzi anche la sua amica Ellen Allien?

M: Non conosco molto la musica della Allien, ma ciò che ho sentito mi piace, suona bene. Per tornare su chi ascolto, amo il nuovo disco di Dntel, un'artista di Los Angeles che ha lavorato anche nella mia stessa etichetta (Plug Research). L'avete sentito? E' folk contaminato dall'elettronica, è sorprendente. E' il mio disco preferito di questo periodo.

I-R: Ho letto che hai iniziato a suonare il violoncello quand'eri giovanissimo, addirittura a 3 anni. Quanto è stato importante questo evento? Come mai hai iniziato con quello strumento?

M: Sì, è stato chiaramente un evento fondamentale per me. Ho iniziato grazie a mio padre, lui suona il violino. Suonavamo insieme spesso, poi iniziai con il conservatorio e qualche piccola orchestra. Amo il suono del violoncello, lo trovo decisamente melodico. E' molto simile alla voce umana, a quella di un tenore.

I-R: Spazi tra Neil Young, musica classica, Apparat e ciò si rispecchia molto nella tua musica. Quanto serve, secondo te, avere un'ampia cultura musicale?

M: Credo sia veramente veramente veramente importante. Bisogna sentire qualsiasi cosa. Puoi trarre idee dalle ritmiche della techno, melodie dalla pop music e dall'elettronica puoi trovare interessanti modi di lavorare il suono da poter poi utilizzare per la tua propria musica. L'opportunità di avere una mente aperta può portare a dare diversi sapori alla musica che fai.

I-R: Recensendo il tuo disco ("iii"), ho scelto, per definirlo, termini come 'Primo Amore', 'Intimità'. Tu che emozioni ci hai messo li dentro?

M: Ho messo ogni mia emozione in quel disco. Cerco sempre di scrivere canzoni che siano molto personali e intime. Tutti i miei brani parlano di esperienze che son accadute a me. Parlando di eventi ed emozioni condivisibili, la gente può, in un qualche modo, connettersi a ciò. Credo che questa sia la cosa più importante del fare musica.

I-R: Come sei cambiato e come è cambiata la tua musica dalle tue prime produzioni?

M: Personalmente, ho avuto due relazioni che son finite.

I-R: Oh...

M: ...capita. Comunque, ho registrato l'ultimo disco in Thailandia mentre il primo l'avevo registrato il Polonia. Ho viaggiato, e viaggio ancora, parecchio, scoprendo e conoscendo molte altre culture. Musicalmente son diventato un po' più pignolo riguardo alla scelta dei singoli suoni. Nel primo disco non riuscivo ad avere un controllo così preciso su ciò che volevo fare mentre, in quest'ultimo, avevo idee ben precise. Con l'introduzione della chitarra ho reso meno elettronica la mia musica. Questo è, probabilmente, il cambiamento più grande: è il percorso che in futuro voglio seguire. Credo sia una buona risposta, no?

(sorrisi vari)

I-R: Come ti trovi a viaggiare cosi spesso?

M: Viaggiare è difficile perché suonando è un continuo spostarsi: Londra-Milano-Berlino, aerei-treni-macchine. La parte più stressante è svegliarsi alle 4 del mattino per prendere l'aereo alle 6 per arrivare alle 10 ed essere in uno show radiofonico alle 11. è tutto un ta-ta-ta-ta, sai, senza sosta. E sei sempre stanco...

Paul Pfisterer (chitarrista che segue in tour Milosh): ...e con la barba incolta.

(risate)

I-R: In una tua intervista hai definito la tua musica come una fotografia della vita. Come descriveresti questa fotografia se dovessi solamente usare le parole e non la musica?

M: Uhm... Credo che la definerei: Abbastanza bella. Ci son cose positive, altre meno, ed altre totalmente negative. C'è dentro la gente che incontri. Direi che è come la mia vita: abbastanza buona [definita proprio "Pretty good", ndr]. So che la mia musica spesso suona molto triste, ma sai, la tristezza è così bella. Non credo che la tristezza sia una sensazione negativa, anzi, penso che sia veramente bellissima. Magnifica.

I-R: In una tua dichiarazione sostenevi che nella tua musica cerchi il giusto compromesso tra tecnologia ed anima. Credo che il punto di unione sia la tua voce, trasmette la tua anima anche attraverso le varie lavorazioni che compi su di essa. Pensi che quel legame sia mantenuto dalla voce?

M: Per me la voce è uno strumento, è importantissima, soprattutto in chiave live. Ciò che cerco, però, è il giusto bilanciamento tra i suoni. La chiave sta nel bilanciamento. Ogni suono deve perfettamente amalgamarsi con gli altri fino a creare una perfetta armonia.

I-R: Qual'è il processo di lavorazione delle tue canzoni?

M: Ah, quello è sempre diverso. Cerco di non limitarmi mai e di non incanalarmi in un'unica strada per sviluppare un brano. A volte parto da un beat che suona bene o suonando dalla tastiera. A volte parto da una linea melodica. Non ho una sola via di sviluppo. Voglio divertirmi a far musica.

I-R: Cosa provi prima-durante-dopo un concerto?

P & M: Questa è una buona domanda. Ah.

M: Come ti senti te Paul prima di un live?

P: Nervoso. Ma non è una sensazione negativa. E' quel nervosismo che fa si che l'emozione e la carica giusta rimangano in te per farti fare un buono show.

I-R: Quindi tendete ad essere nervosi?

M: Sì, decisamente. Ma è un buon nervosismo. Come quando devi baciare per la prima volta una ragazza. Il momento prima sei nervoso anche se sai che sarà stupendo ed emozionante. Ed è lo stesso quando suoni. In più, quando sali sul palco, non ci sei solo più te con i tuoi sentimenti, ma un reciproco scambio con il pubblico che ti sta ascoltando ed è come un continuo movimento di emozioni all'interno di uno stesso ambiente. E' importante creare un rapporto. Quando finisce il live, invece, siamo quasi sempre un po' dubbiosi sulla nostra performance e pensiamo cose tipo "potevamo far meglio", "abbiamo suonato di merda", ma invece, un paio d'ore dopo iniziamo ad apprezzare e a dire "ah, abbiamo suonato bene", "è stato un bel live, divertente".

P: Il live dipende sia dal pubblico che da chi suona. E' un rapporto inscindibile. Il pubblico diventa parte dello show. A volte suoni meglio, a volte peggio...

M: E' una questione di Esserci. Esserci in quel momento. Essere presenti. Ci sei te e c'è il pubblico: questo è il bello. Come diceva Paul, a volte canti meglio, a volte suoni peggio, non è ciò che importa. Tutto dipende da il rapporto che si è instaurato con l'audience.

I-R: Qual'è la tua opinione riguardo alla diffusione della musica in internet?

M: Ne sono affascinato. Personalmente, mi piace come la gente possa parteciparvi e, ad esempio, possa cercare la mia musica, vedere dove suono, contattarmi. Devo molto ad internet. Credo che 10-15 anni fa era tutta una questione di mainstream, di pop, di majors. Internet ha riportato la musica al suo stato di creatività. Negli anni '60 prima c'era la musica e l'arte e poi l'immagine. Ultimamente con tutte queste Britney Spears la situazione stava degenerando. Ora, invece, puoi decidere cosa ascoltare, chi ascoltare, trovare nuovi artisti. Acculturarti. Credo che internet abbia davvero un potere enorme.

I-R: Spostiamoci in una sfera più personale. 'Remember The Good Things' è il titolo di una tua canzone (dall'ultimo disco). Qual'è la prima bella cosa che ricordi della tua vita musicale e della tua vita in generale?

M: Uhm...

P: Un'intervista tosta, eh?

M: Si, decisamente dura. Partiamo con la musica. Il primo ricordo si rifà a quando avevo 16 anni e ho suonato la batteria davanti a 3000 persone. E' stato fantastico. Ed è ciò che poi, quando ho iniziato la mia carriera, mi è sempre piaciuto provare. Il sapore dei live show. Un altro ottimo ricordo è stato quando ho firmato per la Plug Research e ho potuto così pubblicare i miei dischi e farli sentire ad un maggior numero di persone. Son contento che mi abbiano dato questa possibilità.

I-R: E personalmente?

M: Ce ne sono parecchie. Il periodo scolastico è stato fantastico. Sono andato ad una scuola eccezionale, una scuola d'arte. Mi ha lasciato molto. Cos'altro... Il mio primo bacio con una ragazza è stato figo, la prima volta che l'ho fatto è stato figo...

I-R: Diciamo le prime volte in generale quindi?

M: Si si, giustissimo. Le prime volte ti lasciano qualcosa dentro, sempre.

I-R: Qual'è la cosa più importante nella tua vita?

M: Ah, un'intervista difficilissima.

P: Da psicologo...

M: Allora mi sa che scoppio a piangere

(risate)

M: La cosa più importante per me, credo sia essere una brava persona. Far sentire le persone meglio, anche solo in parte. C'è tanta musica arrabbiata o dance music/drug music, io, invece, voglio fare musica che lasci qualcosa di bellissimo. Poi credo che sia davvero importante l'ambiente. Impegnarsi a salvaguardare il mondo in cui siamo coinvolti con le scelte che si fanno: cosa mangi, come vivi, con che mezzi ti sposti. Ad esempio, noi andiamo in bicicletta il massimo che possiamo. Ci son tante piccole cose che ognuno di noi può fare per cercare di migliorare il nostro ambiente. Fare la scelta migliore ogni volta che c'è la possibilità: credo sia questo ciò che è davvero importante. Ora in tournée dobbiamo spostarci spesso in aereo e questo non è il massimo. Infatti per spostarci in Europa eviteremo gli aerei e ci sposteremo con mezzi decisamente meno inquinanti.

I-R: Per esempio, i Radiohead utilizzano navi per i loro spostamenti.

M: E' un piccolo, ma importante cambiamento: cercare di portare il minimo disagio al mondo. Ritengo altrettanto rilevante la questione Cibo. Meglio prediligere cibi organici rispetto agli Ogm, meglio comprare ciò che c'è nei mercati di Montreal rispetto a quello che arriva direttamente dalle industrie. Privilegiare ciò che è locale così da evitare l'inquinamento derivante dal trasporto di esso. E' davvero importante. E' stata una domanda davvero difficile, ma credo di aver dato una buona risposta, no?

I-R: Certo. Questo discorso mi ha fatto venire in mente i Sigur Ros, tornando anche a parlare di musica che cerca di portare buone sensazioni. Che ne pensi di loro?

M: Li ammiro molto. Li ho visti ad un festival in Irlanda e penso che facciano davvero della musica grandiosa. E' ciò che serve alle persone. Non quelle cazzate che passano in tv, tipo 50 Cent, donne, sesso, diventa ricco o muori provandoci. Quelle son stronzate. Penso ci siano davvero emozioni Stupide dentro. Non è il mondo che viviamo, non è ciò di cui ha bisogno il mondo.

I-R: La cosa più importante che hai imparato nella tua vita?

M: L'idea di essere presenti. Non nasconderti o progettare il tuo futuro. Essere presente. Quando fai musica, quando parli con la gente, quando fai l'amore. Esserci. La cosa migliore che tu possa fare è vivere il momento. Sto andando bene in queste domande difficile. (ride)

I-R: Hai parlato di essere presente, quale pensi sia il tuo ruolo nella musica, nell'arte?

M: Non penso sia importante pensare ad il proprio ruolo. Io cerco di essere onesto, onesto nella musica che faccio e nella vita. Provare a fare ciò che ritengo importante per me. Divertirmi a far musica e trovarmici a mio agio. Non cercare di fare qualcosa per qualcuno per forza. Essere una buona persona che crede in sé e che cerca di regalare emozioni. Potrei dire di sentirmi quasi come un cantautore, per quanto la mia musica sia abbastanza lontana da questi canoni.

I-R: Dato che abbiamo ancora un po' di tempo, torniamo a parlare della tua musica. Campioni molti? Ad esempio suoni dalla natura, effetti tratti dall'ambiente che ti circonda?

M: Nel primo disco ho campionato molte cose: io che suonavo il bongo della mia ragazza, io e lei che ci baciavamo, bottiglie, cose così. Mi piace registrare il pianoforte mentre lo suono in una stanza, così da salvare la sensazione che si viene a creare mentre suono quelle note. Rende tutto più intimo e personale. Amo anche i synth e i software; è fantastico poter far musica ovunque e sempre.

Finiamo l'intervista con un enorme sensazione di benessere, e Milosh e Paul ci invitano a cenare con loro. Dopo il live ci chiedono se possiamo portarli a far vedere un po' Milano e ce li portiamo dietro prima al Rocket a sentire i Sexual Earthquake Of Kobe (che apprezzano molto e per cui Paul spende tutti i suoi soldi in merchandising), poi ai Magazzini Generali e infine a mangiare brioches con nutella ad un forno. Dire di aver conosciuto due persone squisite, sarebbe riduttivo.

Recuperiamo solo in un dialogo di una notte divertente ed intensa.

M: io non credo in Dio.

I-R: volevo farti questa domanda all'intervista, ma mi sembrava troppo personale...

M: No no, dovevi farla. E' importante questo discorso. Io non condanno chi crede in Dio, assolutamente, ma condanno la Chiesa. Gli sprechi, i vantaggi tratti dall'ingenuità delle persone, i lussi per una religione che si fonda sull'umiltà.

I-R: Pensa che in Italia, con lo Stato Vaticano a due passi, siamo praticamente in balia del clero ancora adesso, nel 2008. Ciò che viene detto dalla Chiesa è ciò che dobbiamo fare, praticamente. Immagina solo questo.

M: Incredibile...


Mattia Barro con la collaborazione di Roberto Grosso Sategna